CRITICA D’ARTE

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ARCHIVIO STORICO UNIVERSALE DELLE BELLE ARTI DEL CENTRO ACCADEMICO MAISON D’ART DI PADOVA

CRITICA D’ARTE E LETTERARIA A CURA DI RITA MASCIALINO

L’Archivio Storico Universale delle Belle Arti del Centro Accademico Maison d’Art di Padova, si avvale della collaborazione di autorevoli critici italiani, professionisti del settore per presentare ed interpretare le opere d’arte dei maestri d’oggi che possano rinnovare il linguaggio tecnico-espressivo artistico e continuare su tracce fondamentali la storia dell’Arte italiana.

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RITA MASCIALINO – CRITICO CINEMATOGRAFICO – LETTERARIO E DI ARTI VISIVE

Rita Mascialino è nata a Genova il 10 febbraio 1946 e vive a Udine. È dottore in Lingue e Letterature Straniere (Tedesco), Venezia, con tesi discussa con il chiar.mo Prof. Ladisalo Mittner il 27 giugno 1969 e in Pedagogia a Trieste il 20 novembre 1974. Già docente di Lingua e Letteratura Tedesca nella Scuola Superiore di Udine, ha dato vita all’Avanguardia della critica denominata ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ per una critica che superi la libera interpretazione soggettiva del primo impatto con l’opera d’arte in generale e attinga il significato oggettivo della stessa. È giornalista iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti (Tessera N. 135297) dal 1998. È fondatrice e presidente dell’Accademia Italiana per l’Analisi del Significato del Linguaggio Meqrima. È fondatrice e presidente del Premio Letterario Nazionale ‘Franz Kafka Italia ®’ (opere edite) e del Premio Nazionale di Poesia ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ (poesie inedite) con celebrazione a Udine, Palazzo Kechler, e con pubblicazione online della Rassegna Fotografica e delle Recensioni delle opere degli scrittori e poeti qualificati, nonché delle Recensioni e immagini delle opere d’arte assegnate agli stessi, con ulteriore pubblicazione in volume cartaceo (Cleup Editrice Università di Padova) Rassegna di scrittori, poeti e artisti – Immagini e parole. È critico letterario, cinematografico e di arti visive. Ha diretto varie riviste letterarie specializzate e dirige attualmente la Rivista di Analisi del Testo Filosofico, Letterario e Figurativo in volumi a uscita libera (Cleup Editrice Università di Padova). È scrittrice di narrativa e poetessa. È scrittrice di saggistica negli ambiti di sua competenza, tra cui il saggio innovativo Pinocchio: Analisi e interpretazione e il saggio Il cavallo nero o l’altra metamorfosi di Franz Kafka (La passeggiata improvvisa) relativo alla scoperta di una nuova metamorfosi kafkiana avvenuta sul piano di un’esegesi non basata sulla libera interpretazione del significato dei testi letterari, ma basata sull’analisi oggettiva del significato dei testi. Molte sue opere hanno conseguito diversi riconoscimenti in ambito nazionale. È stata insignita del Premio alla Cultura e del Primo Premio per il Giornalismo (Il Musagete).

A lei ha dedicato la Pagina Culturale del Gazzettino (21 marzo 2001) lo scrittore CARLO SGORLON in: RITRATTO D’AUTORE: La studiosa friulana smentisce il detto di Alberto Moravia: ‘La città crea, la provincia imita.’

Titolo dell’articolo di Carlo Sgorlon: “MASCIALINO: La metafisica della critica

 Ulteriori informazioni tra l’altro:

www.ritamascialino.com – www.franzkafkaitalia.it – www.spazialitadinamica.it – www.accademiaitalianameqrima.it

4 LUGLIO 2019, Intervistdi Rita Mascialino, Sala Isabella, Baglioni Santa Croce, Firenze.

Servizio Fotografico Raffaela Manzini Photographer, Via Lungo l’Affrico 22r, Firenze.

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Marino Salvador – Udine

MARINO SALVADOR è nato a Udine il 10 marzo del 1958 e risiede a Variano UD. Dopo gli studi ha lavorato nell’azienda metalmeccanica di famiglia dove ha potuto apprendere le più varie tecniche della lavorazione dei metalli che ha poi applicato nella scultura. Appassionato di arte dalla più giovane età, è scultore in bronzo, alluminio, ferro, rame zinco tra l’altro, è pittore a olio e in acrilico, a pastello matita e acquarello, è grafico e fotografo d’arte, serigrafo. Dotato di eccellente manualità, costruisce da sé molti dei suoi strumenti espressivi per varie specialità, anche il bromografo e la giostra serigrafica per le serigrafie, adattandoli alle sue esigenze artistiche. Ha compiuto viaggi e soggiorni prolungati all’estero grazie ai quali ha conosciuto usi e costumi di vita diversi da quelli del Friuli arricchendo così la sua esperienza in campo umano ed è potuto venire in contatto con grandi artisti noti internazionalmente, dai quali ha appreso le tecniche più varie per le arti visive. Ha soggiornato, tra l’altro, a Parigi e a Londra, in Spagna, in Germania, in Svizzera, in tutta l’Europa orientale e balcanica. Ha viaggiato e vissuto anche, tra l’altro, in Africa, negli Stati Uniti, in Giappone. Ha tenuto numerosissime Mostre in tutto il mondo divenendo noto in importanti circoli artistici, anche Musei e Gallerie famose. Da poco lasciato il lavoro, si dedica completamente all’arte continuando a tenere Mostre in Italia, in Europa, all’estero in molti Paesi. È artista esclusivo del Premio Letterario Nazionale ‘Franz Kafka Italia ®’ e del Premio Nazionale di Poesia ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ fondati e presieduti da Rita Mascialino. Di lui hanno scritto e scrivono i più noti critici d’arte italiani e stranieri in recensioni e interviste su quotidiani e riviste specializzate, in trasmissioni televisive e radiofoniche, tra di essi Luis Desgranges, Luis Poncet, Renzo Biagi, Natale Zaccuri, Paolo Gatteis, Gabriella Machne e tanti altri. Ha conseguito numerosi Premi nazionali ed internazionali ed è stato insignito dell’Ordine Cavalleresco di Malta con investitura a Villa Manin di Passariano UD. Artista inserito a pieno titolo nella Storia delle arti visive, in uno dei suoi importanti filoni culturali Marino Salvador ha ripreso e continuato i tratti fondamentali della pop art di Andy Warhol, tuttavia non in senso epigonale, imitativo, bensì trasferendo i ritratti più celebri di Warhol, con l’aggiunta di ulteriori, nel nuovo contesto della società contemporanea italiana e mondiale, quindi trasformandoli secondo la diversa prospettiva sulla vita connotante l’attualità sul piano dell’evoluzione storico-culturale, sociale, dei valori. I suoi Ritratti in frammentazione: Personaggi Pubblici che ritraggono tra gli altri personaggi la stessa Marilyn Monroe e Dalì, già ritratti da Warhol, offrono sul piano visivo il forte cambiamento dell’uomo del Duemila rispetto agli anni Sessanta del Novecento, un uomo che appare ormai lontano da ogni consumismo e superficialità e che si mostra inserito in un più sofferto approfondimento della sua interiorità (Mascialino 2019).

Dalla critica di Rita Mascialino, in Rassegna di scrittori, poeti e artisti – Immagini e parole (2019 Cleup Editrice Università di Padova), Marino Salvador: Ritratti in frammentazione (135-139):

(…) La citata frammentazione del rappresentato è un Leitmotiv importante , dire alla base dell’arte di Marino Salvador, molto significativa in seno alla sua visione del mondo, complessa e profonnda. Attraverso di essa Salvador spezza l’organicità globale della percezione del reale per darne un’analisi fatta di geometrie del particolare, del dettaglio più minuto, geometrie che riflettono ed evidenziano la mente razionale dell’Artista, interessato ad una ricerca della verità al di là della prima intuizione globale dell’esperienza. Se questa è la motivazione generale a monte della presenza della frammentazione nell’arte di Salvador, vi è anche, fra il molto altro, l’inevitabile presenza collaterale della disgregazione della realtà, non più vista e posseduta armoniosamente dall’individuo della società attuale, questo sia in un’ottica di scientifizzazione e parcellizzazione analitica della vita e del mondo esterno, sia per la frantumazione sempre più rapida e più minuta dei grandi valori del passato iniziata in un tempo già lontano (…) per giungere ai giorni attuali alla perdita dell’integrità degli antichi valori morali, andati in pezzi (…) La frammentazione nell’arte di Salvador dunque esprime al meglio, pur con variazioni sul tema, anche e soprattutto la crisi attuale in cui è precipitato l’uomo – ritratto in cocci da ricomporre come un vaso rotto da recuperare (…) Marino Salvador non propone un ritorno alla tradizione, impossibile nel cammino inesorabile del tempo, ma propone comunque un recupero dell’identità umana in profondità (…) Una elaborazione della pop art, quella di Marino Salvador, che si realizza in un’epoca molto diversa da quella del suo sorgere, una pop art rivisitata che vuole condurre ad una diversa riflessione sulla vita come richiesto dai tempi attuali. Tali tempi risultano tutt’altro che pieni di energia esaltante come nella necessità della ricostruzione nel dopoguerra, bensì necessitano di un rientro dell’uomo in se stesso, di volontà di recuperare con la riflessione profonda e sincera, oggettiva, quanto di positivo aveva dato il passato, per imparare la lezione della storia e così contribuire a strutturare un futuro nuovo, migliore e salvare l’umanità da una decadenza indubbiamente iniziata e di cui occorra accorgersi quanto più sollecitamente come invita a fare Marino Salvador con i suoi interessanti Ritratti in frammentazione.”

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Daniela Cantarutti – Udine

DANIELA CANTARUTTI è nata a Roma nel 1947. È cresciuta nella prima giovinezza in Friuli dove ha frequentato le Scuole Superiori. Via da quasi tutta la vita a Santa Cruz de Tenerife, Isole Canarie, Spagna. È pittrice sin dal suo arrivo alle Canarie. La sua formazione artistica contra tra gli altri i Corsi del poliedrico Maestro Emilio Machado allievo di Dalì, del Maestro José Mazuelas, noto come il pittore della natura, e della pittrice Amalia Pisaca, diplomata alle Belle Arti e specializzata in pittura preso l’Università di La Laguna. Si dedica intensamente alle Arti Visive dipingendo sia opere figurative che astratte in varie tecniche, tra cui acquarelli e tempere, preferibilmente a olio, con speciale predilezione per gli aspetti simbolici dell’immaginazione che sa esprimere nelle sue tele. Tiene Mostre personali e collettive in diverse città delle Isole Canarie. Ha conseguito diversi riconoscimenti. Sue tele sono state assegnate ad Autori qualificati al Premio Letterario Nazionale ‘Franz Kafka Italia ®’.

Dalla critica di Rita Mascialino, in Rassegna di scrittori, poeti e artisti – Immagini e parole (2016-2017 Cleup Editrice Università di Padova), Daniela Cantarutti: Lo sguardo, Pioggia, La casa sull’acqua, Fantasia di blu, Fiori del profondo blu.

Il dipinto a olio di Daniela Cantarutti Lo sguardo in rosso (2015) presenta uno speciale fiore di colore rosso a base principalmente di cadmio, cremisi e di lacca cremisi funzionale ad esaltare gli effetti di luminosità, di trasparenza e velatura del colore stesso, il tutto con la presenza di un occhio umano al centro, un occhio femminile come mostra la sua bellezza e per così dire il suo trucco, la colorazione e l’imbellimento delle ciglia. Dal nucleo inferiore del fiore si dipartono gli stili cadenti in massa e rigonfi verso il basso, più in alto gli stessi sgorgano a zampillo di sorgente con stigmi azzurri finalizzati a raccogliere il polline per la fecondazione degli ovuli nell’ovario, la parte più interna e profonda del fiore, mentre a sinistra della tela vaporose e accattivanti forme arrotondate di cromie miste di lilla, celeste e rosato, colori cari all’Artista come il rosso acceso in varie tonalità, evocano uno scorcio sia di raffinata corolla floreale sia di una sofisticata chioma di donna. Un dipinto di immediato impatto a livello estetico per lo sfolgorio dei colori e per la bellezza delle forme, ma dalla risonanza semantico-emozionale complessa se si vuole oltrepassare la soglia del primo incontro soggettivo con le cromie. Il rosso in questo contesto di grazia, leggiadria e armonia di colori e strutture tondeggianti nell’insieme non evoca il sangue sparso in lotte appunto cruente, né la possibile conseguente perdita della vita, bensì evoca la più intensa presenza degli istinti vitali. In altri termini: in questa tela di Daniela Cantarutti gli istinti vitali sono rappresentati in primo luogo dalla bellezza prorompente e dal magnetismo intrinseci a tale colore attraverso il quale è stato rappresentato simbolicamente a livello estetico il molto coinvolgente potere di attrazione insito nel femminile sia a livello di fiore – vedi gineceo floreale –, sia a livello metaforico di donna – vedi occhio umano al centro dell’ovario, al centro del luogo procreativo –, come se il fiore fosse umanizzato e viceversa. Fin qui si tratta della seduzione irresistibile per generare e diffondere la vita, che nel contesto e anche nel reale sta naturalmente al centro del femminile. Ma occorre spiegare come mai l’occhio sia uno solo e l’altro non sia visibile e non si potrà rispondere affermando che esteticamente stia meglio un occhio solo al centro dell’ovario piuttosto che due, in quanto il piano estetico sintetizza a livello di immagini lo schema profondo e intuitivo del significato ed è appunto il significato che va compreso. Ora se gli occhi sono lo specchio dell’anima, come si dice, il celarne uno significa celare metaforicamente per metà la verità dell’anima e di fatto la cosa più fondamentale che si nasconde quando si vuole mascherare la propria identità e non far trapelare le proprie intenzioni è quella di mettere un paio di occhiali scuri che celino lo sguardo. In quest’opera dunque la bellezza intrinseca al femminile appare anche come una stupenda trappola posta e mimetizzata al centro dell’inondazione emozionale proveniente dal più coinvolgente rosso diffuso in tutto il dipinto. Da un lato vi è dunque la seduzione del femminile per raggiungere la generazione della vita – vedi simbologia intrinseca ai pistilli, agli stigmi, all’ovario, alle rotondità floreali –, dall’altro vi è la presenza implicita di scopi non dichiarati, tenuti nascosti nell’invisibilità dell’altro occhio, come se il femminile adoperasse i suoi insuperabili strumenti di bellezza e di erotica seduzione anche per realizzare mete che vanno al di là della generazione della vita. Un fiore frutto della fantasia artistica di Daniela Cantarutti, un fiore molto simbolico che, nella bellezza ed eleganza dei colori e delle forme, nella più raffinata estetica che impatta direttamente l’osservatore catturandolo, esprime all’analisi spaziale dell’immagine il femminile come perno della seduzione erotica per generare la vita, ma anche come arma per raggiungere scopi non dichiarati confondendo l’altro, nella fattispecie il maschile.

(…) I dipinti di Daniela Cantarutti La casa sull’acqua, Fantasia di blu e Fiori del profondo blu hanno come protagonisti il mare, i fiori e in due tele quasi monocrome il colore blu. I fiori di questa pittrice, volutamente, non sono mai realistici pur se rappresentati figurativamente con l’aspetto riconoscibile di fiori e per altro anche la casa non è realistica anche se ha l’aspetto di una casa – case sull’acqua non ne esistono altro che nella fantasia, come ad esempio nel racconto La casa sull’acqua (Mascialino 1998 II Ed.) dal quale la pittrice ha tratto il titolo e spunto per il soggetto della sua tela, racconto nel quale la casa è comunque diversa da quanto ideato dalla pittrice. Nella tela La casa sull’acqua molto inquietante anche se adornata di cascate di fiori rosa alle vetrate, così apparentemente, l’acqua, pur non tempestosa, invade quietamente, ma inesorabilmente comunque l’abitazione, la circonda e non lascia alcun movimento di fuga alle possibili persone che vivono inevitabilmente in essa – una casa piena di fiori ai vetri e anche fuori di essa sparsi attorno è curata da qualcuno. La cosa particolarmente sinistra consiste nel fatto che vi sono due sensazioni opposte e coesistenti: la bellezza delle vetrate fiorite interne ed esterne e l’invadenza delle acque che paiono abbondare, essere non scarse, così che l’impressione generale è che la casa sia trasportata dalle acque che salgono pian piano, ma inesorabili, come nei migliori incubi, quando si è circondati appunto dall’acqua che resta della stessa altezza, ma che non lascia via di uscita coprendo ogni lembo di terraferma e rimanendo pronta a sommergere tutto dentro di sé. La casa è la proiezione della personalità del suo abitatore, una donna verosimilmente – vedi i fiori che ornano ovunque meravigliosi gli spazi – ricca di senso estetico e di bella visione del mondo, tuttavia la presenza delle acque infide quanto per così dire sornione porta un’inquietudine non da poco. Come si conciliano due presenze così opposte? La casa sull’acqua di Daniela Cantarutti rappresenta molto validamente la situazione della donna che orna la vita come meglio può, per sé e per gli altri, ma che ha attorno a sé il vuoto di persone ed è sola ad affrontare vicissitudini, pericoli, paure, ben personificate dall’acqua che la circonda comunque pronta ad inghiottirla sebbene scorra quieta per il momento. L’ambito che permette alla donna, che vive in solitudine l’angoscia esistenziale che è di tutti gli esseri umani in minore o maggiore misura, di vivere tale angoscia in modo equilibrato e bello è il senso estetico, l’arte, la sua fantasia artistica che essa proietta sulla tela dando vita ai suoi mondi psichici dove trova l’appagamento e l’armonia, l’equilibrio che rendono la vita bella come di più non potrebbe essere, bella come le cascate floreali simboleggiano, capaci di tenere a bada l’ansia del vivere, le acque che così paiono quasi favorevoli esse stesse (…).”

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Daniela Cantarutti – Udine

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FOTOGRAFIE D’AUTORE

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JOSÉ PABLO CARMONA Y GARCÍA è nato nel 1958 a El Paso (Islas Canarias E) e vive a Santa Cruz de Tenerife, dove ha studiato Armonia e Pianoforte presso il Coservatorio di Musica. Emigrato nella prima giovinezza nelle Americhe, è stato tr l’altro assistente e collaboratore dello scultore José García y Dolores, Premio Nazionale di Scultura in Venezuela e Patrimonio Culturale dello Stato Nueva Esparta (Isla Margarita). Ha iniziato molto presto a interessarsi della fotografia d’arte e ora impegna il suo tempo libero dalla professione di fotografo a questa branca artistica. Tiene Mostre fotografiche personali e collettive in varie città delle Isole Canarie, in Spagna , in altri Stati. Ha ricevuto diversi riconoscimenti.

Analisi critica a cura di RITA MASCIALINO

La fotografia d’arte di José Pablo Carmona García Almas en el Estanque (2014), Anime nello stagno, mostra un’immagine perfetta nell’esecuzione tecnica: il fuoco è centrato sul fiore ripreso in vicinanza e sulle acque che lo attorniano così che la ninfea e parte del suo stelo emergano distintamente in tutta bellezza e chiarezza di dettagli unitamente al riflesso nel cristallo dello stagno, mentre nello sfondo sta l’immagine di un secondo fiore sfocata e senza stelo e riflessa quasi a filo d’acqua, ciò che da un lato dà maggiore rilievo a quanto sta in primo piano e dall’altro sfuma la differenza all’orizzonte tra l’acqua e il cielo, entrambi grigi. A prima vista la spazialità dinamica dell’immagine ritrae lo scorcio di uno stagno in un giorno plumbeo e due ninfee, ma nell’arte, ossia nelle opere che sono di fantasia e dense di simboli per quanto realistiche possano apparire, c’è sul piano semantico sempre anche altro che si manifesta non prima facie, ma all’analisi, nella fattispecie nell’analisi delle spazialità rappresentate dalla forma e dal colore nelle loro interrelazioni nel contesto. Si tratta di una fotografia che mescola l’impressione del bianco e nero come presenza del grigio chiarissimo che domina l’immagine come substrato e quella del colore di tonalità tra il cremisi e il magenta nei due fiori, ciò che crea una risonanza estetica dalla particolare doppia semantica. Il grigio quasi del tutto uniforme ispira un’atmosfera devitalizzata e devitalizzante, mentre il rosso cremisi-magenta ispira la presenza di vita, anche se non pienamente come il rosso quale colore primario – la sfumatura di rosso è percepita come un indebolimento del colore primario. Accanto si identificano sparse qui e là forme che evocano la sinistra presenza di occhi isolati senza essere inseriti in un volto qualsiasi che si può solo supporre – presenza sinistra in quanto non si percepisce immediatamente, ma solo dopo che il contesto è stato compreso almeno in qualche sua parte fondamentale senza fermarsi alla prima impressione soggettiva, del tutto legittima, ma non attinente all’analisi semantica. Occhi scuri che osservano la ninfea ancora vivente come in attesa di vedere che anch’essa cada nello stagno non più sorretta dalla vita come già accaduto a tutte le ninfee, anche a quelle che ora possiedono solo occhi senza volto. Le forme brune acquisiscono in qualche prospettiva anche la forma di fauci schiuse. Il fotografo ha pensato a tutto ciò quando ha voluto scattare la fotografia? Certamente no o forse no, la cosa importante non è quanto l’Artista abbia pensato, ma quanto gli sia piaciuto a livello estetico, intuitivo e in aggiunta come abbia realizzato la sua opera. Il titolo è sintonia con l’immagine: le anime sono prive di corpo, nell’immaginazione popolare si riferiscono a quanto resta di esseri non più viventi e nella scelta estetica di Pablo Carmona García lo stagno grigio e senza vita è perfetto simbolo sia per la vita che proviene dalle acque sia per il ritorno all’inorganico da esse rappresentato emblematicamente nella fantasia degli umani, un po’ come un ritorno a casa per sempre. Le anime nello stagno stanno appunto dentro lo stagno come presenza di esseri che hanno avuto vita, che da esso hanno tratto vita e che ad esso sono tornati come anime di corpi morti. La ninfea sfocata sullo sfondo pure sfocato è senza stelo visibile come spesso appare nella vegetazione degli stagni ed evoca nel contesto cromaticospaziale e nel diverso fuoco l’impressione di un essere che sta avvicinandosi alla perdita della vita corporea, dell’identità, a metà tra il concreto reale della vita e la sua memoria come anima. Anche il riflesso della ninfea nelle acque, inconsistente come l’anima, diviene nel contesto specifico un’avvisaglia della futura presenza della ninfea nelle acque dello stagno, non più svettante o adagiata nella sua bellezza sul filo dell’acqua, ma sprofondata dentro di essa. L’indifferenziata continuità tra acque e cielo – acque per altro quasi ferme e anche in questo senso, oltre alla suggestione indotta dal loro colore grigio, acque scarsamente vitali – attutisce la presenza di speranze, solo vale la bellezza estrema del momento di brevissima durata. Lo stagno di Pablo Carmona dunque vive delle anime morte dei fiori più belli e, nell’ambito del simbolismo che le immagini e le parole recano con sé oltre la superficie, rappresenta attraverso l’immagine quanto mai arcana delle due rosse ninfee nel grigio lago in cui si rispecchia il grigio cielo, parallelo con la vita umana. Così il fotografo d’arte José Pablo Carmona García ha saputo cogliere ed elaborare con il suo occhio artistico e tecnico, capace di scorgere a livello intuitivo ed estetico quei simboli di cui vive il mondo per gli umani, un’immagine la cui semantica oggettivamente rilevabile dalla spazialità dinamica alla base della stessa va ben al di là della semplice riproduzione di ninfee che colpisce lo sguardo prima facie ed è in piena sintonia con il titolo suggestivo che l’artista ha dato all’opera, Anime nello stagno.

Anche la fotografia d’arte di José Pablo Carmona García Abrazo de una flor (2015), Abbraccio di un fiore, rappresenta gli arcani mondi dell’immaginario, come sempre accade nelle opere a forte impatto simbolico di questo Artista, ciò oltre che essere di per sé un’effigie perfetta dal punto di vista dell’esecuzione tecnica e della resa estetica. Qui le due bianche campanule si stagliano su di uno sfondo nero impenetrabile a qualsiasi sfumatura, compatto, del tutto saturo e si abbracciano strettamente in perfetta solitudine, come si vede dalla tenaglia fornita da due segmenti di una corolla che prendono appunto abbracciandola l’altra campanula, il suo collo per usare una metafora antropomorfica. Le due cromie del tutto contrastanti hanno un aggancio seppure contrastivo: il nero assorbe tutti i colori, il bianco li riflette tutti, da una parte l’assenza di vita e nel contempo potenzialità di qualsiasi colore, dall’altra la luce bianca, un prodotto per così dire della luce nella fusione di tutti i suoi colori possibili. Il nero, come un buco appunto nero che assorba e imprigioni i colori, la luce; il bianco che rappresenti in sintesi estrema tutti i colori della vita, ossia che rifletta la luce in tutta la sua composizione. Il parallelo con il buco nero è inevitabile nel contesto amoroso delle due campanule bianche, tutte luce, ossia il loro abbraccio avviene sullo sfondo di un nero che quasi attende di ingoiarle e di togliere loro qualsiasi luce, così come avviene nella parabola della vita umana e nella cosiddetta vita dell’Universo. Il simbolo si estende in parallelo nel simbolo anche alla vita umana, anche gli umani cercano di sostenersi vicendevolmente di fronte al destino che li attende e l’amore è l’arma che sta alla base della loro alleanza contro le avversità, anche contro la morte. In questa fotografia non c’è rinvio a esistenze possibili nell’al di là, viene enfatizzato invece il destino terreno della vita, dell’uomo, senza che siano rappresentate eventuali speranze di sfuggire al nero che incombe inesorabile tutt’intorno, come se la vita fosse attorniata dalla morte. E sempre l’arte, quando è tale, fornisce una possibilità di conciliazione della vita con il ritorno all’inorganico da cui proviene, lo fornisce sul piano estetico: il destino dell’uomo diviene bello nell’arte se l’opera d’arte è bella, emozionante, se fa breccia nell’inconscio più profondo dove sta la memoria delle origini della vita, così che tale ritorno alle origini, identificabile appunto sempre nei prodotti dell’arte come il principale Leitmotiv che l’arte reca inevitabilmente con sé, può essere in qualche modo catartico attraverso appunto il piano estetico.

Nella splendida Fotografia d’Arte tinteggiata del più suggestivo bianco e nero “Ala de mar”, ‘Ala di mare’, il mare sembra inseguire il gabbiano ed essere prossimo a fare propria la sua ala in un tutt’uno con i suoi flutti tempestosi e quasi voraci, in quella che appare come una nuova quanto mai emozionante riedizione dell’antico mito greco, in cui Alcione, diversamente dal tentare la disperata quanto inutile fuga dalle acque come in Carmona, vi si gettava per raggiungere l’amato per sempre inabissato nelle profondità oceaniche. Così Pablo Carmona rappresenta la sua rielaborazione del mito quale drammatica quanto vana fuga del gabbiano destinata a concludersi con l’ineluttabile ritorno alle origini, alla grande e possessiva madre di tutti – in spagnolo il mare è femminile. La tempesta fa da sfondo musicale a tale momento della più intensa drammaticità.

Così nella fotografia di José Pablo Carmona García viene esaltata sul piano simbolico ed artistico la bellezza della vita e dell’amore intesi entrambi nel modo più fine, una bellezza che non può evitare l’incontro contro il terribile nero, ma che proprio sullo sfondo nero acquisisce il maggiore valore.

                                                                                                                                                                                              Rita Mascialino

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José Pablo Carmona García - Santa Cruz de Tenerife

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