CRITICA LETTERARIA

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ARCHIVIO STORICO UNIVERSALE DELLE BELLE ARTI DEL CENTRO ACCADEMICO MAISON D’ART DI PADOVA

CRITICA LETTERARIA

Il Centro Accademico Maison d’Art di Padova presenta un itinerario significativo ed informativo sulla critica letteraria per un’acuta analisi interpretativa di alcuni testi nelle diversificate tematiche affrontate, per ricercare una sintesi concettuale nei contenuti letterari a cura dei critici Rita Mascialino e Carla d’Aquino Mineo.

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RITA MASCIALINO – CRITICO CINEMATOGRAFICO – LETTERARIO E DI ARTI VISIVE

Rita Mascialino è nata a Genova il 10 febbraio 1946 e vive a Udine. È dottore in Lingue e Letterature Straniere (Tedesco), Venezia, con tesi discussa con il chiar.mo Prof. Ladisalo Mittner il 27 giugno 1969 e in Pedagogia a Trieste il 20 novembre 1974. Già docente di Lingua e Letteratura Tedesca nella Scuola Superiore di Udine, ha dato vita all’Avanguardia della critica denominata ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ per una critica che superi la libera interpretazione soggettiva del primo impatto con l’opera d’arte in generale e attinga il significato oggettivo della stessa. È giornalista iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti (Tessera N. 135297) dal 1998. È fondatrice e presidente dell’Accademia Italiana per l’Analisi del Significato del Linguaggio Meqrima. È fondatrice e presidente del Premio Letterario Nazionale ‘Franz Kafka Italia ®’ (opere edite) e del Premio Nazionale di Poesia ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’ (poesie inedite) con celebrazione a Udine, Palazzo Kechler, e con pubblicazione online della Rassegna Fotografica e delle Recensioni delle opere degli scrittori e poeti qualificati, nonché delle Recensioni e immagini delle opere d’arte assegnate agli stessi, con ulteriore pubblicazione in volume cartaceo (Cleup Editrice Università di Padova) Rassegna di scrittori, poeti e artisti – Immagini e parole. È critico letterario, cinematografico e di arti visive. Ha diretto varie riviste letterarie specializzate e dirige attualmente la Rivista di Analisi del Testo Filosofico, Letterario e Figurativo in volumi a uscita libera (Cleup Editrice Università di Padova). È scrittrice di narrativa e poetessa. È scrittrice di saggistica negli ambiti di sua competenza, tra cui il saggio innovativo Pinocchio: Analisi e interpretazione e il saggio Il cavallo nero o l’altra metamorfosi di Franz Kafka (La passeggiata improvvisa) relativo alla scoperta di una nuova metamorfosi kafkiana avvenuta sul piano di un’esegesi non basata sulla libera interpretazione del significato dei testi letterari, ma basata sull’analisi oggettiva del significato dei testi. Molte sue opere hanno conseguito diversi riconoscimenti in ambito nazionale. È stata insignita del Premio alla Cultura e del Primo Premio per il Giornalismo (Il Musagete).

A lei ha dedicato la Pagina Culturale del Gazzettino (21 marzo 2001) lo scrittore CARLO SGORLON in: RITRATTO D’AUTORE: La studiosa friulana smentisce il detto di Alberto Moravia: ‘La città crea, la provincia imita.’

Titolo dell’articolo di Carlo Sgorlon: “MASCIALINO: La metafisica della critica

 Ulteriori informazioni tra l’altro:

www.ritamascialino.com – www.franzkafkaitalia.it – www.spazialitadinamica.it – www.accademiaitalianameqrima.it

4 LUGLIO 2019, Intervistdi Rita Mascialino, Sala Isabella, Baglioni Santa Croce, Firenze.

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Walter Memmolo Angelo R. Memmolo

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WALTER MEMMOLO è nato ad Avellino nel 1953 e vie a Cerco9la in provincia di Napoli. È chirurgo ed è stato attivo professionalmente presso le strutture ospedaliere della Campania e presso l’Ospedale San Francesc o di Sao Filipe nell’Isola di Fogo, Repubblica di Capoverde. È appassionato specialista di studi sindonici. Ha fondato e presiede il Gruppo Napoletano di Sindonologia con sede in Napoli. Scrive articoli e racconti. ANGELO RAFFAELE MEMMOLO è stato docente di lettere ed è specialista di storia antica e letteratura greca. Attualmente cura il sito internet del Gruppo Napoletano di Sindonologia. Scrive articoli e racconti.

Dal racconto lungo di Walter Memmolo e Angelo Raffaele Memmolo Pietro, Giuseppe e il Lenzuolo (Roma: Gangemi Editore 2016: : Presentazione di Rafael Pascual L.C. e Postfazione degli Autori)

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(…) ‘Questa notte – riprese Pietro – mi sono addormentato, come mai mi accadeva d’abitudine, con le mani e i piedi incatenati, tra due guardie, che dormivano con me, mentre altre due vigilavano oltre la porta serrata della cella. All’improvviso, nel corso della notte mi sono sentito toccare piuttosto rudemente e mi sono svegliato. I due soldati continuavano a dormire. Ma ciò che mi lasciò stupefatto, fu il ritrovarmi libero dalle catene. Non m’ero accorto di nulla (…) Mi sentivo (…) più impaurito che allegro per quella situazione. Poi, nel buio della cella vidi un’ombra che si muoveva con cautela, e udii la sua voce perentoria che mi ordinava di indossare calzari e mantello e di seguirla (…) E così feci, muovendomi adagio sia tra i soldati che dormivano nella cella sia tra quelli di guardia alla porta, che sembravano pur essi caduti in un sonno profondo. Non incontrammo anima viva nei corridoi bui, rischiarati qua e là da qualche fiaccola che ardeva con fatica. Seguii nell’oscurità della prigione quell’ombra fino a quando mi ritrovai fuori dal carcere, libero, nella strada deserta. Ma e questo è il fatto strano – non vidi più nessuno: quell’ombra, uomo o donna che fosse, era scomparsa senza che me ne fossi accorto’ (…)”

Analisi critica a cura di RITA MASCIALINO

Il racconto lungo di Walter e Angelo R. Memmolo Pietro, Giuseppe e il Lenzuolo (Roma: Gangemi Editore 2016: Presentazione di Rafael Pascual L.C. e Postfazione degli Autori) presenta una versione della storia relativa alla Sacra Sindone basata su una fitta serie di documenti, tra cui gli Atti degli Apostoli, gli Apocrifi del Nuovo Testamento, gli critti di San Gerolamo, ma anche Marziale, la Lex Iulia Municipalis attribuita a Giulio Cesare, inoltre Seneca, Svetonio, Dione Cassio, Giuseppe Flavio, Tacito, Tertulliano, Origene, Edmondo Stapfer e ulteriori fonti, così che le vicende sono inserite in un contesto storico ricostruito sulla base delle testimonianze degli scrittori dell’epoca e su studi posteriori. Numerose le citazioni sia nel corpo del testo che in nota dal latino, dal greco e dall’ebraico e aramaico, tutte tradotte per chi non conoscesse tali idiomi e tutte utilissime a fornire un quadro dettagliato e spiegato degli usi e costumi al tempo di Pietro a Roma e nel Regno di Israele. I fatti storici come risultano dalle Scritture e dagli studi in merito sono presentati in un’alternanza temporale fatta di flashbacks che variano dal 30 A.D., anno che gli Autori ritengono la data più probabile della crocifissione di Cristo, all’anno 42, epoca della fuga miracolosa di Pietro dal carcere di Gerusalemme. Viene descritto e circostanziato il viaggio di Pietro per mare e per terra per giungere a Roma, dove pensava che sarebbe stato almeno per un po’ al sicuro dalla persecuzione di Erode. Diverse città vengono citate quali Cesarea, Qumran, Malta, Pozzuoli, anche lo stretto di Scilla e Cariddi viene oltrepassato, finché Roma viene raggiunta. Piantine del mondo antico mediorientale e romano inserite nel testo fanno visualizzare i luoghi in cui si è svolta la vicenda della fuga di Pietro e del salvataggio del Sacro Lenzuolo o sindone e del sudario di Cristo o telo con cui fu avvolto il capo di Cristo dopo la sua morte, con dovizia di interessanti particolari di vita di quel lontano passato rievocati dagli Autori Walter e Angelo Raffaele Memmolo. Viene riportata la sigla I.N.R.I nella realtà dei termini che compongono l’iscrizione posta sulla croce, dove si possono leggere il termine originale ebraico e greco rispettivamente nozrì e nazoraios che nella versione latina e italiana, condivisa dagli Autori, sono diventati nazarenus e nazareno nel senso di nativo di Nazareth fra interpretazioni linguistiche diverse secondo gli studiosi specialisti. La trama si tesse tra storia e leggenda, tra umano e soprannaturale, il tutto fuso in un racconto capace di dare una rappresentazione coerente dei fatti occorsi la quale si snoda in venti brevi capitoli riguardanti i luoghi e le date precise in cui si sono o si sarebbero svolti i fatti narrati – le date dell’epoca sono talora incerte e anche i fatti stessi sono presentati storicamente in diverse versioni tra le quali è stata privilegiata quella che secondo gli Autori è la più degna di fiducia sul piano storico oggettivo e, per il possibile, scientifico. Ma ciò che forma la qualità letteraria di questo racconto è l’ampio spazio riservato all’immaginazione, ai sentimenti. È in tale ambito che si inserisce il Leitmotiv psicologico fondamentale espresso ripetutamente nella frase evangelica “Sarò sempre con voi”, proferita da Cristo a conforto degli apostoli affranti per la sua dipartita, per il vuoto lasciato dalla sua morte. Che si creda o meno alla figura e alla divinità di Cristo – ciò che interessa relativamente in un’opera letteraria che resta sempre un’opera di fantasia per quanto documentario possa essere il suo impianto –, il racconto spezza una lancia per lenire il senso di solitudine che devasta gli umani quando amici e persone care muoiono e la vita appare nella sua componente orrida di base, la morte. Allora la speranza di vita ultraterrena nella quale l’uomo possa riprendere e continuare i rapporti positivi allacciati nella vita terrena corrisponde ad una visione del mondo in cui l’angoscia della morte viene alleggerita e dove la disperazione causata dall’evento è, se non scomparsa, almeno attenuata, ciò che rende meno aspra l’esperienza della fine. In quest’opera la fede religiosa potenzia il desiderio più profondo nella personalità dell’uomo, la volontà di superare la morte e la solitudine che essa lascia dopo di sé in chi resta ancora in vita, la volontà di rivedere gli amici e le persone care da cui i viventi si devono separare nel modo più doloroso e senza potersi opporre. Il messaggio dunque profondo che sta nel testo dei due Autori è un messaggio di nostalgia per chi non è più, per la vita che si deve abbandonare, ossia il filo conduttore della frase “Sarò sempre con voi” fa compagnia e dà coraggio a chi resta solo sulla Terra, rende meno grave la separazione e viene ad esprimere – si vuole ripetere: al di là della fede religiosa stessa che pure forma il nucleo e la finalità del racconto – una delle più sofferte aspirazioni dell’umanità tutta, la quale vede come la morte ponga fine alla vita e costruisce in ogni caso con la più tenace volontà di vita la sua speranza di non morire in eterno, di non lasciare la vita che ha conosciuto venendo al mondo e cui deve in tutta consapevolezza rinunciare apparentemente per sempre. Il racconto di Walter Memmolo e Angelo Raffaele Memmolo trova nella semplicità delle descrizioni e dei dialoghi il veicolo più adeguato a porre su un piano di normalità eventi straordinari quali la resurrezione di Cristo. Prendendo a prestito un termine dagli stili pittorici, si potrebbe dire che lo stile narrativo in cui si realizza tale racconto è naif nel senso di opposto a qualsiasi altisonanza, vicino all’immaginazione più spontanea. Si tratta di un racconto scritto nel tenore adatto al meraviglioso simile a quello che connota l’andamento delle fiabe, dove dominano appunto il meraviglioso e il miracoloso, il prodigioso, situazioni che smontano immediatamente ogni sovrastruttura intellettuale o, più esattamente, intellettualistica, ogni artificiosità, anche ogni certezza della norma attraverso la più immediata semplicità che deriva la sua peculiare qualità dall’accettazione dello straordinario, del portentoso come una regolare componente della vita dell’uomo su questa Terra. E questa accettazione è parte immancabile e propria dell’ambito religioso che, pur diverso da quello del magico e tuttavia assieme a questo, offre la proposta di un mondo dove non regna la morte come sovrano assoluto, dove è possibile il contatto con le persone che non sono più e dove è possibile ipotizzare un’unione con esse nella vita eterna sulla scia della speranza e dell’amore.

                                                                                                                                                                                                      Rita Mascialino

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Sibyl von der Schulenburg

SIBYLLE ESTHER VON DER SCHULENBURG (Sorengo CH 1954) vive a Trezzano Rosa in provincia di Milano. Figlia di importanti scrittori, è laureata sia in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, sia in Psicologia e ha conseguito numerose specializzazioni post lauream relative ai suoi poliedrici interessi culturali e scientifici. È stata imprenditrice nell’ambito delle telecomunicazioni su fibra ottica e per questa attività ha viaggiato molto e a lungo in qualità di Amministratore Delegato per una importante società di telecomunicazioni tra Europa, USA, Giappone e Cina, osservando dal vivo le differenze e le somiglianze culturali in ambienti diversi fra loro e annotandole quotidianamente con metodo e minuziosa acribia sia nella descrizione dei fatti, sia nella valutazione degli stessi, come è nella personalità e nello stile di vita e culturale dell’Autrice ed è alla base della sua concezione dell’ambiente esterno e interno all’uomo e della sua ricerca in proposito. Ha approfondito il tema delle lingue dal punto di vista psicologico portando a termine tra l’altro traduzioni di importanti testi letterari e specifici studi sul bilinguismo nonché sui suoi effetti relativamente allo sviluppo della personalità nel suo insieme a partire dal suo stesso bilinguismo praticato già nella più tenera età. Il suo interesse scientifico si è esteso anche all’area delle lingue minori o dialetti rilevandone l’importanza come ricchezza di ottiche diverse. Nell’ambito della traduzione ha dato, tra l’altro, la versione arrangiata in italiano del romanzo del padre Gerhard Werner von der Schulenburg Der König von Korfu, tradotto in più di duecento lingue e, nella versione della von der Schulenburg, con il titolo per Cristo e Venezia, opera insignita di numerosi Premi, anche del Primo Premio ‘Franz Kafka Italia ®’ 2016. Per molte sue opere ha conseguito importanti Premi Letterari nazionali e internazionali. Nel 2019 è stata insignita del Premio alla Carriera ‘Franz Kafka Italia ®’. Attualmente si dedica, tra l’altro, nel volontariato al recupero sociale dei detenuti con l’Associazione ‘Artisti Dentro Onlus’ da essa fondata e diretta. In tale impegno produce: studi specifici; giornate di studio su base psicologica con esperti nel settore e con gli stessi detenuti interessati; incontri culturali; appositi Premi Letterari per i detenuti; cura di opere d’arte letteraria, pittorica e culinaria realizzate in carcere da detenuti di ogni nazionalità ed etnia, dando così vita ad iniziative che compongono un osservatorio molto incisivo e diverso da quelli usuali nel settore. È scrittrice di narrativa a sfondo psicologico tra cui lo straordinario psicoromanzo – genere narrativo che la von der Schulenburg ha introdotto o comunque innovato qualitativamente – Ti guardo, premiato anch’esso, incentrato sugli effetti dell’educazione familiare e specificamente paterna sulla personalità dei figli, in particolare sulla sessualità di marca psicologica. Pubblica saggi di ordine scientifico-culturale negli ambiti di sua competenza. Le sue opere sono tradotte in inglese, tedesco e greco. Da sempre si è impegnata molto anche sul piano professionistico in vari sport, in modo particolarmente intenso nella specialità dell’equitazione, partecipando a numerosissime gare e vincendone altrettante sia in ambito nazionale che internazionale: in Italia, in Europa.

Dal saggio Lo specchio della città – Architettura, Ambiente, Psicologia (Saonara PD: il Prato Publishing House: 2017), Primo Premio per la saggistica ‘Franz Kafka Italia ®’ 2019

(…) Il modo in cui lo spazio è gestito nell’ambiente costruito, influisce sulle relazioni tra gli utenti. La stanza personale, come la camera di un adolescente, lo studio di un artista, il locale hobbistico o la cucina per la casalinga, è talvolta l’estensione dello spazio transazionale, nel senso di Winnicott (1975), lo spazio cuscinetto tra il dentro e il fuori, la zona in cui si esplica la creatività. Oppure può rivestire le caratteristiche di un’estensione dell’involucro sonoro, termico e olfattivo per raggiungere quel tipo di ambiente sufficientemente buono, inteso da Anzieu (1985) che permetta l’etero-stimolazione di alcune funzioni psichiche. Questo spazio deve rispettare alcuni criteri, sia in altezza sia in profondità; la larghezza di un corridoio, l’altezza dei soffitti, la distanza tra i mobili, sono tutti spazi che possono impattare la psiche dei frequentatori di quei locali. Il nostro concetto di spazio è legato a quello del nostro sé, come lo sono gli spazi prossemici. Lo spazio sopra, dietro, davanti a noi o quello di fianco, hanno valenze, generali e individuali, diverse. Una ricerca di Joan Meyers-Levy e Rui Zhu del 2007 ha confermato ad esempio delle osservazioni già fatte in altre occasioni, che l’altezza dei soffitti influisce sul pensiero umano. I due ricercatori verificano, attraverso tre ricerche mirate, che l’altezza del soffitto condiziona l’attivazione di concetti diversi, a seconda che sia alto o basso. L’idea che l’altezza del soffitto possa incidere sulla concettualizzazione e classificazione è relativamente nuova, anche se architetti di tutti i tempi hanno, dove possibile, creato locali alti là dove era richiesta la deferenza, l’idea di regalità e grandiosità, come ad esempio nei palazzi dell’autorità o nelle cattedrali. Per contro, nei locali dove si voleva favorire il raccoglimento, sottolineare i limiti umani (ad es. le cappelle) o addirittura inculcare un senso di soffocamento, come ad esempio nelle prigioni, si costruiva con soffitti bassi (…) I risultati della ricerca (Meyers-Levy e Zhu, 2007) fanno concludere gli studiosi che i soffitti relativamente alti inducano pensieri legati alla libertà, mentre quelli bassi, al contrario, inducano pensieri relativi al confinamento, alla costrizione. Questi concetti opposti possono innescare associazioni differenti e condizionare il modo in cui le persone processano le informazioni, ossia, condurli verso un processo di elaborazione relazionale oppure oggetto-specifico (ibidem). A seconda degli effetti che si vorranno sortire, si dovrà quindi porre attenzione alle controsoffittature, all’altezza dei mobili, alla discesa dei lampadari, ma anche alle luci e ai colori che potranno contribuire a dare l’impressione di alzare, abbassare i soffitti o stringere le pareti. Gli spazi esterni presentano caratteristiche simili e sono identificabili con i distretti individuati da Lynch (1960). I quartieri, ad esempio, sono segnati da particolarità che li stigmatizzano, può essere l’etnia dominante tra gli abitanti, il ceto o la funzione sociale (…)”

Analisi critica a cura di RITA MASCIALINO

Il saggio di Sibyl von der Schulenburg Lo specchio della città – Architettura, ambiente e psicologia (Saonara PD: il Prato Publishing House: 2017) si presenta come un vero e proprio manuale organico per quanto sintetico della storia ragionata relativa alla psicologia architettonica che si riferisce solo all’ambiente costruito dall’uomo. Essa è una branca della psicologia ambientale che studia qualsiasi ambiente, naturale e non, dal punto di osservazione del comportamento umano nei più vari effetti sulla personalità riferibili alle varie tipologie di luoghi. La ricerca consta di due parti, entrambe basate su di un’ampia documentazione relativa ai maggiori teorici dell’ambiente architettonico dal punto di vita psicologico e specificamente nella prospettiva che vede ambiente e qualità della vita umana uniti indissolubilmente, intendendo come ambiente anche le componenti relative ai rumori e agli odori che ne fanno parte, ma anche agli spazi dedicati ai miti, alle leggende e agli dei, anche questi conformati secondo quanto ritenuto dall’uomo che li sceglie per la devozione, per la sua fantasia. Nella prima parte, strutturata in nove Capitoli ognuno dei quali ha diversi sottocapitoli, viene presentata una storia breve, ma del tutto organica e capace di mostrare gli sviluppi di questa disciplina, partendo dalle origini già nel primissimo Novecento fino all’attualità secondo l’assunto generale che “cambiando un ambiente si può cambiare il comportamento umano, sia in senso positivo che negativo” (13). Risulta evidente che “il tipo di abitazione preferito, il modo di arredare la casa o impiantare il giardino, la scelta del quartiere in cui abitare, sono indicativi della personalità del soggetto che ha fatto le scelte” (18). Così, per citare solo qualche tema non potendo dare una visione sufficientemente esaustiva delle numerose informazioni relative ai nomi della letteratura in proposito contenuti nel manuale della von der Schulenburg, vogliamo comunque evidenziare come venga messo in relazione l’effetto sulla personalità prodotto dai tipi fondamentali di spazi, dalla linea curva e angolata, a proposito delle quali aggiungo che anche nella grafia di ciascun individuo la prevalenza di una o l’altra linea tratteggia già di per sé, a prescindere dai numerosi ulteriori segni grafici tutti dotati per così dire di identità psicologica, personalità opposte con caratteristiche simili a quelle riscontrate negli ambienti curvilinei e angolati. Vengono trattati anche gli elementi stressanti nell’ambiente, i citati vari rumori e odori sgradevoli, la capacità di indurre alla noia causata da luoghi, edifici, strade e tanto tanto altro, sempre con la citazione di esempi chiarificatori dei concetti presentati. Anche l’effetto della strutturazione dei supermercati, o degli uffici o delle banche viene esposto con una sintesi logica che non lascia niente di inspiegato o di poco chiaro e che va oltre qualsiasi luogo comune in vigore. I materiali stessi, tra l’altro, vengono presentati nei loro effetti psicologici, ad esempio il vetro, l’acciaio, il legno, la plastica e così via in una interessantissima serie di riflessi tra architettura e psiche umana offerti in uno scorcio che, pur doverosamente sintetico come pretende la forma di uno scorrevole manuale, è sagomato da dettagli scelti con attenzione per la loro capacità di rappresentare di volta in volta le diverse teorie della psicologia architettonica. Viene anche messo in evidenza come gli effetti psicologici dell’ambiente possano essere diversi secondo il vissuto e la caratteristiche della personalità di uno o l’altro individuo, di uno o l’altro popolo. Per fare un esempio che esula dal testo della von der Schulenburg, ma che ritengo lo corrobori: in una visita guidata all’isola di Torcello in una giornata piovigginosa, una signora trovava rasserenante e lieta l’isola, ispiratrice di pace interiore, basilica di Santa Fosca compresa, mentre un’altra signora, più giovane, scoppiò addirittura a piangere dallo stress causato dalla tristezza che le incuteva l’ambiente naturale e costruito, affermando di volersene andare immediatamente da quel luogo terrificante, come pure fece, questo per confermare che gli effetti dei luoghi presi in generale sono una cosa e individualmente possono acquisire tonalità anche molto diverse. Nella seconda parte relativa all’architettura biofilica, ossia improntata a ricercare le forme e le caratteristiche spaziali adatte a produrre benessere psicofisico – l’ambiente può provocare non solo disagio psichico, ma anche malattie vere e proprie come viene specificato nel saggio –, vengono descritti diversi progetti e costruzioni di architetti famosi internazionalmente, tra cui alcune realizzazioni residenziali dell’architetto Mario Antonio Arnaboldi, precursore e nel contempo grande esponente dell’architettura biofilica, a Taranto finalizzate a produrre precisi effetti sul modo di vivere degli abitanti. Si legge a proposito della sua presenza come architetto in Australia (175-176):

(…) ‘Disgustato da un’Italia dove l’idea distruttiva dei sessantottini contaminava ogni aspetto sociale e accademico, stanco di pomodori e uova marce che i docenti dovevano incassare alla fine delle lezioni’, l’allora giovane professor Mario Antonio Arnaboldi s’imbarca su un aereo a elica e, dopo un viaggio di quarantacinque ore (…), atterra pieno di speranze a Sydney (…) Il giovane architetto si rende conto che manca, nella popolazione in genere, l’identificazione con la città, non c’è amore e orgoglio cittadino, non ci sono i presupposti per una crescita culturale unitaria (…), ricorda il centro della città australiana come un insieme di ‘case vittoriane che nel 1700 venivano costruite con ghisa e senza il rispetto della privacy individuale. Sydney era una città ancora non sentita dai suoi abitanti, non c’erano sentimenti di patriottismo, la città sembrava una cosa estranea ai suoi abitanti’. Crede di poter fare qualcosa per aiutare il senso d’appartenenza al luogo, l’identificazione e l’attaccamento e parte con l’idea ‘di portare lì il concetto di aggregazione urbana, perché è uno dei fondamenti dell’architettura moderna’ (…)”

Si evince dalle idee dell’architetto Arnaboldi presentate dalla studiosa e di impostazione biofilica come alla base del suo progettare fosse intrinseco un senso della diversità delle culture che dovesse esprimere armoniosamente la personalità degli abitanti secolari e più recenti in quanto fulcro della loro identità storica, della loro unione a tutte le culture umane nelle loro aspettative riferite all’ambiente costruito, ma anche e soprattutto capace di preservarne l’identità in qualità di popoli e individui. In questo senso è da leggere il titolo del saggio, come appunto ritratto psicologico fedele dei cittadini che lo hanno costruito, accettato e che vi abitano. Un saggio, quello di Sibyl von der Schulenburg, adatto agli specialisti e anche ai non addetti ai lavori, data la straordinaria chiarezza dell’esposizione che rende facili e comprensibili concetti profondi e complessi e che è caratteristica generale dello stile espositivo della studiosa per come si distingue in tutte le sue opere. Si tratta di un saggio che grazie all’illustrazione corredata da spiegazioni essenziali e convincenti mette in evidenza l’importanza delle costruzioni dell’uomo nel rispetto delle caratteristiche psicologiche e storiche dei popoli e degli individui che tali popoli hanno formato nel lungo cammino nel quale hanno cercato anche a costo di guerre e di distruzioni ad esse conseguenti di affermare e preservare la loro identità. Un problema questo che all’interno del fenomeno della globalizzazione si staglia come fortemente attuale e importante.

Dal romanzo storico per Cristo e Venezia ((Saonara PD: il prato casa editrice 2015: Prefazione dell’Autrice)

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(…) Tutta Venezia era mascherata: dal doge alla prostituta del porto. Nessuno restava escluso. Né i folli perditempo, né i commessi e i garzoni nei negozi, neppure i giudici e gli avvocati nelle aule dei tribunali, tantomeno gli oratori popolari e i ciarlatani. Non facevano eccezione nemmeno gli inviati esteri e i loro seguiti, compreso il nunzio pontificio. Tutti frascheggiavano, mercanteggiavano, discutevano, predicavano e benedicevano dentro i loro costumi di fantasia, dietro i loro nasi di carta o sotto orrende maschere a becco e ogni tanto intonavano canzoni dolci sull’amore e canzoni tristi sul dipartire. I palazzi degli aristocratici erano spalancati. Le sale al pianterreno offrivano mense imbandite per i passanti frettolosi e al piano nobile per coloro che intendevano restare. Ospite era chiunque portasse una maschera. Raramente erano riconoscibili il padrone e la padrona di casa, così come raramente questi riconoscevano i loro ospiti. Esisteva solo il Sior Maschera che rappresentava il popolo e con ciò Venezia stessa (…)”

Analisi critica a cura di RITA MASCIALINO

Il romanzo storico di Sibyl von der Schulenburg per Cristo e Venezia si svolge nel primo Settecento, all’epoca del secondo attacco turco alla Serenissima Repubblica, che culminò con la vittoria di Venezia nel 1716. Artefice della sconfitta del nemico fu il talento bellico del generale e feldmaresciallo Johann Matthias von der Schulenburg di aristocrazia prussiana, grazie al quale tremila uomini al suo comando riuscirono a vincere in una storica battaglia combattuta contro i più di trentamila uomini al comando del serraschiere o capo delle forze armate dell’Impero ottomano Kara Mustapha, vittoria che mantenne Corfù ancora quale baluardo veneziano contro l’avanzata dell’Islam in Italia e, secondo le mire dell’Impero ottomano, attraverso l’Italia nell’intera Europa, mire dei popoli islamici sull’Europa che da sempre e fino anche all’epoca attuale hanno colorato e colorano di tinte fosche per qualche aspetto non di poco peso il fondamentalismo religioso. Il volume si basa sul precedente romanzo del pronipote di Matthias e padre della von der Schulenburg Gerhard Werner dal titolo Der König von Korfu, Il re di Corfù, dedicato appunto alla ricostruzione della vita di Matthias, in onore e memoria del quale restano anche alcuni monumenti a Venezia e a Verona. Molto opportune sono le note peritestuali consistenti sia nella prefazione dell’Autrice che espone brevemente quanto chiaramente i canoni che stanno a monte della sua versione adattata alla cultura italiana, sia nelle due Tavole, poste una ad introduzione del romanzo e relativa agli eventi storici in cui si situa l’azione, l’altra alla fine a chiarimento dell’identità dei personaggi principali con distinzione tra quelli dotati di corrispondenza storica e quelli facenti parte della pura finzione romanzesca. Molto interessante è l’andamento stilistico in cui si realizza il romanzo. La narrazione si svolge con ampia e voluta lentezza, per così dire sotto l’egida di Saturno, che viene esplicitamente citato nel romanzo dal medico che fa l’oroscopo al generale, il pianeta conservatore per eccellenza, che controlla e frena l’impulso ad agire, un po’ come nel dramma Wallensteins Tod di Friedrich Schiller, nel quale Saturno astrologicamente la fa da sovrano trattenendo Wallenstein dall’azione, solo con esiti completamente diversi che nel romanzo. Di fatto comunque anche Matthias von der Schulenburg resta per lungo tempo piuttosto indeciso se accettare o meno di combattere a Corfù e solo dopo pressanti richieste e tante riflessioni espresse con sommo dettaglio introspettivo decide di agire e sarà per il meglio di Venezia. Tornando alla lentezza narrativa, è grazie ad essa che si può godere al meglio della massa di precisi particolari descrittivi di luoghi, arredi e costumi, aspetto delle persone secondo le situazioni, di costanti approfondimenti psicologici della personalità dei vari personaggi appartenenti nella gran parte all’alta aristocrazia compreso il Re di Svezia Carlo XII, il Doge Alvise Pisani, il filosofo e matematico von Leibni(t)z, il Gran Capitano di ventura Eugenio di Savoia al servizio degli Absburgo cui si deve tra l’altro la costruzione del Castello di Belvedere a Vienna, sua residenza, e tante altre figure interessanti. Molto suggestive sono le atmosfere interiori suscitate dalla vista di paesaggi immersi nei tramonti e nelle albe, nei vari fenomeni naturali e negli eventi che hanno luogo a Venezia, nonché suscitate dagli speciali interni di palazzi nobiliari, così che il quadro d’epoca che ne esce non potrebbe essere più ricco e completo, visibile, per così dire, quasi cinematograficamente. In altri termini: la trama di superficie fatta di eventi rapidi tipica del romanzo d’azione non ha mai il sopravvento sulla più complessa realtà della vita che viene invece privilegiata e permette la ricostruzione di un pezzo di storia non come semplice cronaca, ma come spaccato veritiero e sapientemente articolato della storia. Particolarmente interessanti sono i personaggi femminili, in special modo alcuni tra quelli dovuti all’immaginazione romanzesca. Tali donne consigliano, prevedono, mostrano acuta intelligenza e si prestano a collaborazioni con il mondo maschile che richiedono diplomazia, intelligenza e astuzia, capacità di affrontare rischi e pericoli con abilità e tenuta di carattere, ciò in una concezione della donna che mostra riconoscimento e rispetto delle qualità femminili e che non chiude il mondo muliebre nella sfera erotico-affettiva, nella sfera dei sentimenti che la donna nutre profondamente in quanto donna comunque anche nel romanzo, ma ai quali non soggiace mostrando razionalità come e quanto un uomo. Una lancia spezzata a favore di una presenza femminile a testa alta nella storia, per nulla soggetta al maschio o esclusa dalle questioni più importanti. Il ritratto di Matthias von der Schulenburg, come esce dalle immagini che ne dà il romanzo dell’Autrice, fa conoscere un personaggio dalla personalità affascinante che contribuirà alla conoscenza e alla fama dello stesso in aggiunta a quanto la storia già tramanda. Di lui resta anche un ritratto ad olio di Giovanni Antonio Guardi risalente al 1741 e conservato nel Museo del Settecento di Ca’ Rezzonico. Qui il conte Matthias mostra tutto lo sfarzo del suo nobile lignaggio e la risolutezza adatta a un comandante militare, la posa lo presenta con una mano sulla spada, il petto in fuori, sicuro di sé, senza macchia e senza paura, coraggioso e inflessibile come deve essere per altro un militare. Al di là della posa, il volto mostra alcuni tratti psicologici importanti secondo le diverse impostazioni espressive che i due emisferi cerebrali danno agli emivolti: nella sezione a destra nella tela lo sguardo e la bocca espressivamente spietati e risoluti, gravi, a sinistra della tela lo sguardo sensibile, la bocca in un atteggiamento di malinconico sorriso appena accennato in un’espressione molto umana. In piena assonanza con il ritratto di Guardi risulta il ritratto psicologico anche nel romanzo di Gerhard Werner e Sibyl von der Schulenburg che mette in evidenza la poliedrica personalità del generale nell’approfondimento psicologico che riguarda un tale protagonista della storia. Per finire, il romanzo conferma come la storia sia maestra di vita qualora venga presa visione del suo più vasto orizzonte come avviene magistralmente nell’opera in questione.

                                                                                                                                                                                                        Rita Mascialino

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ALESSANDRO PIERFEDERICI (Treviso TV 1966) vive a Treviso. È musicista. Compie studi di Organo e Composizione organistica ed è diplomato in Pianoforte e Composizione nei Conservatori italiani. Comincia lo studio di direzione orchestrale con il Maestro Ludmil Descev ai Corsi Internazionali di Mezzolombardo ed arriva infine al prestigioso Diploma di Direzione d’orchestra dei “Wiener Meisterkurse” presso il Conservatorio di Vienna sotto la guida del Maestro Julius Kalmar, docente anche alla Hochschule della stessa città, con il quale si perfeziona, successivamente, nella capitale austriaca e a Milano. La sua attività internazionale di docente, pianista accompagnatore di cantanti lirici e direttore d’orchestra lo ha portato anche fuori dall’Italia, nelle principali città europee, negli USA, in Giappone e in Brasile. È fondatore e presidente dell’Associazione culturale ‘Musicaemozioni’ di Treviso finalizzata alla formazione e promozione di giovani studenti e artisti della lirica. Dal 2011 è stato protagonista a Bologna di cinque rassegne annuali di musica vocale da camera dal titolo ‘Liederemozioni’ per quattordici concerti. Dal 2014 ha iniziato a progettare eventi culturali e musicali correlati al centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Tiene concerti importanti e conferenze, in particolare su Verdi e Wagner. Scrive saggi di ambito prevalentemente musicale, poesie, romanzi, racconti, fiabe. Ha conseguito il Primo Premio al Premio Letterario Nazionale ‘Franz Kafka Italia ®’2017 sia per la Sezione Romanzi che per la Sezione Racconti. 

Da Racconti e memorie di isole e mari (USA Columbia 2017: Prefazione di Lucia Mazzaria)

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(…) Mentre mangiavo la frugale cena che mi era stata preparata, mi accorsi che, nel frattempo, si era levato un forte vento che fischiava e sibilava alla finestra e lungo i muri. Dopo tanti giorni di navigazione, accompagnata da una brezza benefica che aveva condotto felicemente il veliero a destinazione, quella sera si stava levando un’autentica tempesta di vento, la cui voce lamentosa pareva evocare memorie e dolori lontani. Essa portava con sé forse le urla di terrore di chi è in balìa della furia del mare, forse il pianto di chi attende con angoscia il ritorno dei propri cari; o forse le preghiere e le suppliche, le nostalgie, i rimpianti e i desideri dei marinai, che si svelano durante le calme notti stellate, in mezzo allo sconfinato, immobile deserto dell’oceano. Era un coro di voci umane che richiamava emozioni e ricordi, e forse tra loro credevo di sentire anche la mia: le folate sopraggiungevano come un’onda di sentimenti passati, che percepivo per un istante, cercando di trattenerla, ma essa si allontanava, disperdendosi nella notte, subito seguita da un’altra, 54 Rita Mascialino che rianimava altre sensazioni e portava con sé la mia mente. Allo strano pensiero che il vento fosse giunto per me, un ignoto turbamento si insinuò nel mio cuore, pesando sordamente sul mio petto e troncandomi il respiro. In preda ad una forte suggestione che la mia fantasia alimentava, non riuscivo a spiegarmi tanta improvvisa paura. Sentii un soffio gelido invadere il mio corpo e fui colto da un brivido di spavento e dall’inquietante sensazione di non essere più solo. Mi alzai in piedi, guardai attorno e tutto pareva tranquillo. Solo il vento continuava incessantemente a fischiare e a percuotere la finestra. (…)”

La raccolta di Alessandro Pierfederici Racconti e memorie di isole e mari presenta sedici racconti corredati da suggestive fotografie di Lucia Mazzaria in bianco e nero spento, un seppia più o meno sfumato verso il grigio. Si tratta di racconti del profondo che fanno emergere alla superficie, per il possibile, lo speciale incontro dell’Autore in quanto artista con il suo immaginario. Che l’Autore sia un musicista innanzitutto si esplicita proprio nel tema principale della narrazione: i mari e i venti spesso in tempesta con la loro drammatica voce che si manifesta come arcaica sinfonia dei primordi della Terra, la presenza di isole a significare la solitudine in cui avviene l’attività creativa artistica. Lo stile in cui la narrazione è condotta, come sempre per altro in questo Autore, non è mai inutilmente analitico, ossia non utilizza descrizioni e dialoghi che a nulla servono se non ad annoiare mostrando l’inconsistenza del messaggio che sta alla loro base. Si tratta di descrizioni sottili e di dialoghi sempre significanti sia sul piano concreto sia su quello simbolico. Di fatto i protagonisti principali dei racconti sono appunto i mari e i venti, particolarmente adatti con la loro musica ad evocare viaggi nell’interiorità più profonda come appunto è tipico della grande musica, interiorità da cui in genere rifugge per il possibile la mente umana che si spaventa di fronte al proprio immaginario più profondo ed è più incline ai dolci suoni adatti al focolare domestico. Anche il protagonista dei racconti proiezione di Alessandro Pierfederici ha paura quando incontra il suo inconscio che si fonde magistralmente con gli spaventi provocati dalle acque e dai venti primordiali, dal mondo umbratile delle notti più buie o stellate, non meno spaventose di quelle come nel brano posto ad introduzione di questa analisi critica. Tale spavento si associa per affinità del sentire alla narrativa del grande E. A. Poe, maestro del rapporto con l’inconscio e di conseguenza della narrazione del terrore come spazio privilegiato dell’inconscio, spaventoso in quanto per eccellenza ignoto e metaforicamente oscuro. Anche Pierfederici ha il coraggio, l’audacia e la curiosità di conoscere se stesso esplorando la zona buia e inquietante della propria personalità, zona buia penetrando nella quale dà significato al mondo. L’aspetto psicologico è sempre presente ed anzi la fa da padrone, come non può essere altrimenti in qualsiasi scrittura di fantasia sebbene in misura maggiore o minore a seconda della capacità dell’artista di scandagliare l’inconscio, ciò che fa la differenza è appunto il tipo di personalità: chi si ferma in superficie, chi si addentra subito sotto di essa, chi si limita a sentimentalismi più o meno triti che imitano profondità che in realtà non ci sono – la voce originale del profondo, per restare nello scenario aperto da Pierfederici, è inconfondibile per lo spavento e lo sgomento che reca immancabilmente con sé dovuto all’oscurità da cui si fa sentire –, chi come Pierfederici va avanti indagando la zona nera per conoscerla. E questo si rivela utile non solo all’anima d’artista dell’Autore, ma anche all’Autore come uomo comune, nonché a tanti altri uomini che decidano di seguirlo leggendo i suoi racconti quale preziosa guida per giungere, restando a distanza di sicurezza, in luoghi da essi in genere prudentemente schivati non essendo essi esploratori in prima persona dei mondi della psiche, un po’ come quando il capitano di una nave conduce i suoi passeggeri nelle traversate oceaniche. Alessandro Pierfederici è un esploratore dei mondi oscuri della psiche in prima persona come dimostrano la sua passione per la grande musica, quella sinfonica e operistica che trae origine dall’interiorità più segreta e nello specifico i suggestivi racconti che si giocano sul mare, simbolo per eccellenza dell’inconscio. Cito a dimostrazione di quanto asserito fin qui il racconto L’eterna pena del navigatore (105-113), di cui un brano è riportato ad introduzione di questa analisi critica. Gli eventi si svolgono in una nota isola delle Canarie, Gomera, in un convento di frati, misterioso come tutti i conventi che respirano e custodiscono l’atmosfera di cose esoteriche, nascoste e ignote ai più. Passo passo l’Autore conduce se stesso e il lettore assieme a lui nella notte più scura che grava sul mare in tempesta, emanante assieme al vento lamenti tristissimi, quasi come nell’immaginazione lo potrebbero essere quelli provenienti dall’al di là, terrorizzanti. E di fatto il protagonista parla anche esplicitamente tra l’altro di tombe di coloro che hanno vissuto nel convento. In tale situazione il dialogo con l’inconscio si materializza, si fa per dire, in un frate dal saio nero e incappucciato così che non se ne vede il volto, un’ombra nera come è il colore che da sempre simboleggia il luogo per eccellenza senza luce, senza volto e individualità. Nel marasma della notte più tempestosa il frate inserisce il personaggio storico di Cristoforo Colombo che l’Autore utilizza come strumento diegetico per alleggerire la grevità dell’atmosfera fatta eminentemente di ombre – Colombo resta pur sempre una persona nota e meno spaventosa dell’uomo ignoto che di lui narra. La storia di Colombo che si sarebbe pentito di avere scoperto terre nuove in quanto foriere di disgrazie per tutta l’umanità, guerre, sopraffazioni, sofferenze, distoglie in parte l’attenzione dal frate con il saio nero e con ciò allevia l’inquietudine del protagonista di stare parlando con un’ombra nera, il cui cappuccio non si muove neppure al contatto delle più violente raffiche di vento. Che si tratti, al di là della trama di superficie del racconto, di un fantasma dell’immaginazione del protagonista lo si deduce soprattutto da alcuni particolari: il giorno successivo a tale incontro risulta che nessuno abbia visto il frate dal saio nero e il protagonista stesso non riesce più a riconoscerlo tra gli altri frati, non solo, non ritrova più le ferite ricevute al braccio da parte del frate, inoltre per la già accennata immobilità del saio pur in mezzo alla bufera. Per altro tale ombra apostrofa il protagonista come “fratello”, simile a sé dunque, mentre il protagonista risponde con l’appellativo di “padre”, l’inconscio riconosciuto come padre di tutta la vita. Il frate guardiano, colui che sempre sul piano simbolico su cui si svolge la vicenda, tiene a bada le ombre, interrogato sullo strano frate dal saio nero il giorno seguente, non ama parlare di tale visita che nega quasi ne sappia qualcosa che voglia tacere e si allontana assumendo tuttavia misteriosamente l’aspetto del frate dal saio nero, un po’ come se tutti gli abitanti del convento fossero ombre e fantasmi chiusi nella personalità del protagonista che in quell’isola solitaria abbia avuto un libero contatto con essi. Frate guardiano che mostra un peggiorativo rispetto all’ombra nera della notte precedente: il volto, che in questo caso si fa vedere sovrapponendosi a quello della morte. La sovrapposizione con la morte stessa esprime genialmente la particolare condizione psicologica di chi naviga nei reami più inconsci, a contatto di figure che non hanno vita concreta, di fantasmi, quindi e per così dire di morti, ciò che rappresenta il sinistro intrinseco all’arte che, in profondità e spesso del tutto inconsciamente, familiarizza comunque gli umani attraverso il senso estetico con il loro destino che non è di vita, rendendolo bello ed emozionante, ciò che avviene appunto sempre nell’arte, a tutti i livelli, da quelli più superficiali a quelli più profondi, nel racconto dell’Autore a livello particolarmente profondo e diretto. Tornando al pentimento di Colombo per la scoperta di nuove terre prima ignote e poi causa di mali per l’umanità, il viaggio nel più ignoto immaginario, indispensabile all’arte con la A maiuscola, può liberare mostri che, dominati dall’artista, possono prendere il sopravvento, se non si è esperti navigatori, togliendo l’equilibrio. Rafforza tale interpretazione del racconto di Pierfederici sul piano eminentemente simbolico anche il titolo L’eterna pena del navigatore, che non si riferisce, come in apparenza, a Cristoforo Colombo, ma a colui che naviga i mari e che ne porta eterna pena, più in una certa assonanza con l’opera di Richard Wagner Der fliegende Holländer, Il vascello fantasma, ciò che si riferisce a sua volta anche alla sofferenza che accompagna la creazione artistica specialmente in ambito della grande musica. In altri termini: l’analisi del titolo dà la giusta chiave di lettura del personaggio di Cristoforo Colombo che si sovrappone al navigatore-artista per creare una leggenda percepibile più facilmente dai lettori, così che tutti possano avvicinare la narrazione rassicurati dal richiamo al piano concreto degli eventi, anche fuori dall’ambito della musica stessa.

                                                                                                                                                                                             Rita Mascialino

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ALESSANDRO PIERFEDERICI (Treviso TV 1966) vive a Treviso. È musicista. Compie studi di Organo e Composizione organistica ed è diplomato in Pianoforte e Composizione nei Conservatori italiani. Comincia lo studio di direzione orchestrale con il Maestro Ludmil Descev ai Corsi Internazionali di Mezzolombardo ed arriva infine al prestigioso Diploma di Direzione d’orchestra dei “Wiener Meisterkurse” presso il Conservatorio di Vienna sotto la guida del Maestro Julius Kalmar, docente anche alla Hochschule della stessa città, con il quale si perfeziona, successivamente, nella capitale austriaca e a Milano. La sua attività internazionale di docente, pianista accompagnatore di cantanti lirici e direttore d’orchestra lo ha portato anche fuori dall’Italia, nelle principali città europee, negli USA, in Giappone e in Brasile. È fondatore e presidente dell’Associazione culturale ‘Musicaemozioni’ di Treviso finalizzata alla formazione e promozione di giovani studenti e artisti della lirica. Dal 2011 è stato protagonista a Bologna di cinque rassegne annuali di musica vocale da camera dal titolo ‘Liederemozioni’ per quattordici concerti. Dal 2014 ha iniziato a progettare eventi culturali e musicali correlati al centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Tiene concerti importanti e conferenze, in particolare su Verdi e Wagner. Scrive saggi di ambito prevalentemente musicale, poesie, romanzi, racconti, fiabe. Ha conseguito il Primo Premio al Premio Letterario Nazionale ‘Franz Kafka Italia ®’2017 sia per la Sezione Romanzi che per la Sezione Racconti.

Dal romanzo Ascesa al regno degli immortali (Castelfranco Veneto TV: LCE Edizioni: 2013)

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(…) Anton (…) tra sé rifletteva: ‘Coloro che fanno teatro recitano anche nella vita… E chi li attornia, per comunicare con loro, deve anch’esso recitare una parte… La vita è un immenso teatro, in cui tutti sosteniamo un ruolo, che non è quasi mai quello che ci siamo scelti, ma solo quello che ci permette di sopravvivere… E spesso non corrisponde in nulla a ciò che realmente siamo… Finzione! E la verità dell’arte dove sta? Quella giovane donna, mentre cantava, sembrava investita del compito di immortalare la bellezza, la forza, la grandiosità del canto, della musica, dell’arte. Ma poi? Ciò che mi ha emozionato in lei è forse solo il frutto della sua vanità e della sua ambizione, ma mi ha donato sensazioni meravigliose, impetuose, appassionate, come solo una volta mi era già accaduto… Ma allora, cos’è la vera arte: verità o finzione? O forse vita… o morte?’ (…) Pensò alla disillusione della propria ricerca di una verità superiore e irreale, a fronte della meschinità e talora dell’iniquità di coloro che riescono comunque a trasmettere le più profonde e alte emozioni, dietro le quali si cela invece l’impronta della falsità. Forse coloro che hanno saputo elevarsi a sublimi altezze spirituali con la loro musica, hanno condotto un’esistenza priva di scrupoli, schiacciando altri musicisti altrettanto geniali, solo perché erano più abili nella millanteria e più capaci di perfidia? Come era possibile che ad un sommo ideale artistico non corrispondesse un’anima pura, elevata sopra la miseria umana e destinata a vincere la corruzione della storia e del tempo? Era sconcertato, e tale turbamento gli riportava alla mente gli ingenui, fiduciosi sogni di ragazzo, quanto avrebbe desiderato realizzare un’arte ideale, lontana da ogni miseria umana (…) Decise di riprendere (…) a comporre e di riversarvi l’ardore della propria anima inquieta e delusa, descrivendo con le note ciò che vedeva attorno a sé, la sua storia, i suoi sogni, il crollo delle sue illusioni ed aspirazioni. In tal modo, portando la sua delusione e la sua resurrezione interiore a modello per tutti, con quella musica avrebbe posto costantemente davanti alla gente quanto essa fuggiva: lo smarrimento ed il turbamento di chi non trovava più la strada della sua esistenza. (…)” 

Analisi critica di RITA MASCIALINO

Il romanzo di Alessandro Pierfederici Ascesa al regno degli immortali si suddivide in tre parti rispettivamente di sedici, dodici e dodici Capitoli che corrispondono a fasi successive caratterizzate da frequenti flashback inerenti all’esistenza del protagonista Anton Giuliani, ipersensibile musicista e compositore che non vuole restare alla superficie dei tecnicismi musicali per spiegare la musica, ma vuole raggiungere il significato più profondo dei suoi suoni, la sua capacità di scatenare le più forti emozioni, ma anche quella di elevare gli animi alla più alta spiritualità, ossia per chiarire, ciò che, reso possibile dalle conoscenze in ambito tecnico che sono lo strumento di cui si serve la musica per venire ad essere, entra in un altro ambito, quello emozionante del significato. Non si tratta di un romanzo d’azione, ma di pensiero, un romanzo costruito attorno ad un forte messaggio centrale: la natura dell’arte, soprattutto musicale, ma non solo, e il suo rapporto con la personalità dell’artista, con la sua più vera identità. Lo stile narrativo, come sempre in questo Autore, non si avvale del dialogo continuato che non di rado riempie pagine e pagine senza Rassegna di poeti, scrittori e artisti 27 dire nulla di significativo, bensì fa un uso oculato e moderato del dialogo che, ove compaia, serve da interruzione del flusso narrativo denso di approfondimenti psicologici del protagonista-artista proiezione in buona parte di Pierfederici, musicista e compositore, e porta significato esso stesso alla narrazione, ossia si tratta di più o meno brevi dialoghi per così dire intelligenti, che anch’essi significano a livello profondo. Detti dialoghi, pur svolgendosi soprattutto nell’ambito dell’esposizione di opinioni sulle qualità della musica di compositori come Bach, Mahler, Bruckner e altri grandi nomi della grande musica, non si inseriscono mai come corpi estranei alla narrazione, ma la vivificano ancora di più, se possibile. Si tratta di fatto di una narrazione che vive di pensieri vivi, mai di prediche o di riflessioni superficiali, pensieri che toccano le profondità del sentire dell’ipersensibile protagonista che nutre in sé una grande meta: far conoscere l’arte musicale nelle sue più vere coordinate che attraverso lo studio dei suoni oltrepassano i suoni in sé per fondersi con il senso della vita stessa, una meta audace che Pierfederici sa rendere oltremodo interessante e che inserisce in un’atmosfera di vera suspense capace di tenere più che mai concentrato il lettore sugli eventi, pur essendo questi di natura squisitamente interiore – quale viaggio mai potrà per altro essere più emozionante del viaggio nelle profondità della sensibilità inconscia? Si tratta di un lungo viaggio nell’anima che attraverso lo scandagliamento della personalità del protagonista può fungere da guida all’interiorità di ciascuno, ossia di un viaggio che tutti possono affrontare assieme all’Autore per vedere luoghi nei quali da soli non si sarebbero forse mai avventurati o di cui probabilmente non avrebbero mai avuto contezza alcuna. Si avvertono echi letterari di E.T.A. Hofmann, di Thomas Mann tra gli altri, anche di E. A. Poe, quest’ultimo soprattutto nello stile particolare dell’Autore che fa dell’indagine psicologica la narrazione più interessante ed emozionante come può esserlo un racconto del terrore di Poe, anch’esso autore di avventure eminentemente interiori. Tali echi vengono comunque trasformati – nella tecnica del montaggio che incastra spunti di altri autori appunto trasformandoli così da renderli più o meno irriconoscibili – secondo la personalità di Alessandro Pierfederici, che dà spazio libero all’espressione di se stesso, ovviamente di un se stesso le cui facoltà percipienti stanno in comunicazione con tutto il mondo che gli sta attorno. Per dare un cenno per quanto fugace di giustificazione al testé avvenuto riferimento, il protagonista si chiama Anton come Anton Bruckner figlio di Anton Bruckner come nel romanzo Anton Giuliani porta lo stesso nome del padre Anton Giuliani. Entrambi gli Anton sono stati iniziati dai loro padri alla musica nei suoi lati più profondi. Ma tale nome Anton riflette in sé anche il nome della figlia del consigliere Krespel Antonie nel racconto Rat Krespel, Il Consigliere Krespel, del romantico tedesco Hofmann, autore di splendidi racconti del terrore incentrati sugli effetti di una sensibilità portata all’estremo limite dai protagonisti, racconti che non sono inferiori a quelli di E. A. Poe, seppure diversi e sebbene meno letti – per essere goduti convenientemente nei dettagli più sottili, sarebbero da leggere in tedesco, non nelle traduzioni. Non si tratta di mera coincidenza di nomi o scelta, diciamo casuale, di nomi solo in quanto tali. La trasformazione del femminile in un nome maschile attuata da Pierfederici è un indicatore piuttosto evidente – e frutto apparentemente di scelta consapevole – per la più fine sensibilità che è considerata in genere, a torto o a ragione, appannaggio del femminile. In Hofmann Antonie è una cantante lirica che non può resistere al richiamo della musica che viene dal suo sé più profondo e più eccitabile, ciò che, nell’intensificazione graduale in ascesa, va a scapito della sua incolumità fisica, tanto forti sono le emozioni che prendono sempre più possesso di lei mentre canta. Questo giungerà persino a procurarne la morte. Alla morte perverrà alla fine del romanzo anche Anton stesso, preda del più straordinario coinvolgimento nel vortice dei suoni, nelle emozioni sconvolgenti suscitate dalla musica compresa e goduta nei suoi messaggi più originari che lo abbattono letteralmente al suolo, non essendo egli più in grado di porvi argine. Per rimanere nell’ambito degli echi relativi ai nomi, compare anche il nome del dottor Coppini, un medico, che ricorda in una imperfetta quanto interessantissima eco la figura di Coppelius del racconto di Hofmann Der Sandmann, L’uomo della sabbia, un avvocato sinistro e malefico. Tale avvocato – o dottor Coppelius – appare diverso dal dottor Coppini che compare nel romanzo di Pierfederici, ma che comunque è una figura che desta in Anton disagio come nel Nathanael di Hofmann dove provoca spavento, sempre tuttavia collegato alla sensibilità interiore. Disagio in quanto Coppini è fidanzato di Katharina – anche qui c’è qualche sottile richiamo a Coppelius su cui sarebbe interessante soffermarci –, donna che ammalia immediatamente a prima vista il protagonista Anton e con la quale questo avrà una tormentata relazione professionale e non solo. Successivamente, quando Anton è colpito da infarto, sarà proprio Coppini che lo prenderà in cura senza riuscire per altro a salvargli la vita se non per breve tempo: guarirà, ma poi cadrà di nuovo preda della propria sensibilità musicale, artistica, acuita allo spasimo, ciò con qualche lontano, ma profondo richiamo alla funzione del Coppelius/Coppola di Hofmann. Nathanael si getterà al suolo dal tetto suicidandosi nella più conclamata follia e, come dice Coppelius, cadrà giù da solo, grazie alla sua sensibilità fuori dalla norma. Anton cadrà vittima dell’acutezza della propria sensibilità, ossia cadrà anch’esso da solo anche se non nella follia, bensì nella rovina della sua incolumità fisica, dalla quale pare metterlo in guardia Coppini consapevole dei rischi cui espone la estrema sensibilità artistica di Anton e consapevole del fatto che sarà difficile per Anton reggere alla devastante potenza della sua ipersensibilità, spettatore anch’egli come Coppelius, seppure con le trasformazioni attuate da Pierfederici, della rovina del protagonista. Ci sarebbero non pochi ulteriori dettagli interessanti da estrinsecare a proposito del personaggio Coppini nel suo possibile rapporto sfalsato con Coppelius, ma questo in eventuale analisi critica più corposa. Certo, qualcuno può ritenere che le associazioni ai nomi possano non avere nessun significato tranne che nella più casuale scelta degli autori per le loro opere, ma occorre sottolineare che il concetto di casualità applicato al cervello comunque e sempre va affrontato con massima prudenza. È tuttavia interessante vedere come nell’Autore esistano trasformazioni dei nomi presenti in Hofmann e delle qualità di coloro che li portano, un po’ come un esperimento di incroci e innesti tra le spazialità convogliate dalle parole e dalle strutture in cui sono poste, dalle espressioni linguistiche concettuali ed emozionali che costruiscono le verità più profonde di mondi psichici che altrimenti rimarrebbero sconosciuti. Senza dubbio comunque l’atmosfera generale di cui vive il romanzo è quella del lato sinistro intrinseco alla sensibilità, per eccellenza istanza romantica. Tale lato sinistro, percepito fortemente dall’Autore, lo interessa e lo affascina molto, così che riesce a produrre e tenere desta, come anticipato, una vera e propria suspense in cui si intessono le esperienze interiori del protagonista. Quanto all’aggancio a Thomas Mann, il più evidente in particolare si riferisce, tra l’altro, al racconto Tristan, imperniato a sua volta su un’aria del Tristan und Isolde, Tristano e Isotta, di Wagner, ossia al rapporto vita-arte, verità della vita e verità dell’arte, e incentrato sulla ipersensibilità dell’artista che andrebbe a scapito della sua salute fisica e lo porterebbe ad un sempre maggiore isolamento dal prossimo, meno sensibile, ma più sano, rapporto che come anticipato è un Leitmotiv del romanzo stesso. Qualche aggancio al Doktor Faustus di Mann è solo di tutta superficie, anche se il rischio della genialità artistica compare sia in Mann che in Pierfederici, più forti paiono essere i collegamenti – trasformati con la citata tecnica letteraria del montaggio magistralmente padroneggiata – con il Romanticismo tedesco, in particolare con Hofmann.

Prima di concludere, facciamo seguire un passo a proposito dell’isolamento dell’artista geniale dal mondo borghese incapace di seguirlo nel suo cammino nelle profondità interiori, isolamento per il quale l’artista soffre non riuscendo a superarlo (241-242):

(…) Il suo modo di insegnare – volto a far scoprire ai suoi allievi l’artista vero che si celava in loro, talora dietro un autentico talento, talora dietro una passione o una dedizione profonda alla propria vocazione – li aveva sempre incoraggiati, coinvolti, entusiasmati (…) Lo ascoltavano affascinati quando, seduto al pianoforte, raccontava la storia di questo o quel brano, o schiudeva loro i misteri di un compositore, attraverso l’analisi che ne illuminava gli aspetti più nascosti, offrendo loro non solo le nozioni tecniche ma lo spirito della musica (…), delle opere immortali dei grandi geni (…) Inspiegabili, quindi e, a maggior ragione, più amare, furono per lui (…) repentine defezioni, delle quali iniziò a cercare in sé le motivazioni, affannandosi invano, nel suo crescente isolamento, a cercare un episodio, un malinteso, una colpa cui far risalire tali decisioni. Eppure nulla gli tornava alla mente, né presente né passato (…) Nella solitudine in cui quasi tutti gli allievi lo avevano abbandonato, ed in cui non gli giungeva nessuna richiesta di suonare o di dirigere né di eseguire o pubblicare la sua musica, anche ogni tentativo di vedere quanto stava avvenendo con la fiducia che aveva in parte riconquistato prima della sua malattia, naufragò in breve miseramente, ed un cupo pessimismo strinse progressivamente il suo cuore. (…)”

Isolamento progressivo dovuto alla troppo ampia distanza tra la sensibilità e profonda comprensione del significato della musica da parte di Anton rispetto a chi pur si può entusiasmare per essa, ma che non ha il coraggio di scendere in rischiose profondità. Da questo l’allontanamento del protagonista da tanta umanità, ciò che simboleggia la differenza fra la persona geniale e il pubblico comunque chiuso entro orizzonti invalicabili, protettivi, ma conseguentemente anche immensamente meno eccitanti, destino di frattura tra il pubblico e l’artista straordinario che esplicita come non si possa conciliare del tutto il vivere tranquillo e borghese con l’acutizzazione della sensibilità. Una differenza importante e fondamentale nell’analisi dell’arte musicale di Alessandro Pierfederici in questo romanzo da quanto espresso ad esempio nel già citato Doktor Faustus di Mann sta nel fatto che l’Autore tiene decisamente separate la salute mentale da quella fisica e dall’ipersensibilità portata all’estremo limite: Anton muore per così dire ucciso dalla sua capacità di comprendere tanto profondamente la natura della musica, ma conserva la sua incolumità mentale in una tensione ad oltranza verso il comprendere, facoltà senza la quale nulla avrebbe più senso, né mostra alcunché del superomismo – velleitario in verità – di Adrian Leverkühn-Mann che non solo vende l’anima al diavolo per vivere senza proprio merito le alture del genio, ma addirittura si fa infettare con la sifilide pur di sperimentare la follia da cui si aspetta lo sviluppo della genialità fuori dalla norma della salute mentale borghese. In Pierfederici l’arte esprime la personalità dell’artista nel modo più ampio, più profondo e più vero possibile, in ogni caso molto di più di quanto possa il quotidiano vivere nelle cui molto limitate coordinate si esaurisce un’identità umana corrispondentemente limitata, ma quanto alla genialità scatenata dalla sifilide non può valere, aggiungiamo qui, l’esempio di Nietzsche, pure sifilitico, riflesso nel protagonista di Mann. Basta analizzare senza pregiudizi culturali né di sorta gli scritti di Nietzsche, primo fra tutti Also sprach Zarathustra, Così parlò Zaratustra, per vedere come tutto possa essere in Nietzsche, comunque studioso molto interessante, fuorché una vera e propria genialità. In termini brevi e tornando ad Alessandro Pierfederici: per l’Autore non c’è arte senza salute mentale – ben diversamente anche dall’opinione di Lombroso sull’accoppiamento di genio e follia – e la più estrema sensibilità musicale può andare a scapito solo della salute Rassegna di poeti, scrittori e artisti fisica, come nel sopra citato Rat Krespel, mantenendo integra la salute mentale, ciò che per altro, per fare un esempio emblematico, è accaduto a Wagner, ucciso dalla sua straordinaria sensibilità per la musica che ne ha abbattuto la resistenza cardiaca, ma non la mente. Il romanzo di Alessandro Pierfederici, per concludere, rende possibile al lettore, tra le molte stimolazioni alle più profonde riflessioni di vario tenore sparse ovunque nel testo, di conoscere come visitatore privilegiato i paesaggi meravigliosi della ipersensibilità musicale sia nell’ambito della composizione che della interpretazione dei suoi significati cui è dato ampio spazio nell’opera, che apre uno scenario quanto mai affascinante ed emozionante sulla natura di tale arte e anche dell’arte in generale, una natura che vale la pena di conoscere così come è presentata dall’Autore nella sua analisi, capace di entrare con sintesi panoramiche e con il più articolato dettaglio in un reame così impervio e sconvolgente come lo è quello della grande musica, che conduce comunque gli eletti al regno degli immortali.

                                                                                                                                                                                         Rita Mascialino

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LUCIA ESPOSITO è nata a Napoli nel 1962 e vive a Napoli. Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi ‘Federico II’, ha conseguito numerose specializzazioni post lauream in Filosofia, in Antropologia Culturale, in Lettere. È docente di Diritto ed Economia alla Scuola Superiore Statale. È attiva in uno studio legale a Napoli. È impegnata a favore della donna nella denuncia e nella lotta contro i maltrattamenti e l’uccisione da parte soprattutto del compagno, contro la violenza e gli abusi entro l’ambito familiare. È scrittrice di romanzi e di sillogi poetiche che trattano l’argomento della sua lotta ed ha conseguito numerosi premi letterari, tra cui anche il Premio Letterario Nazionale ‘Franz Kafka Italia ®’ per alcune sue opere.

Dalla silloge poetica di Lucia Esposito Cuore di Donna-Lacrime in versi (Booksprint Edizioni: 2017)

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PER TE

Per te che ti sei affidata

Con piena fiducia

Per te che hai creduto

Nella umana bontà,

Per te che hai agito sempre

Con lealtà,

Per te che hai teso la tua mano

Con onestà,

Per te che hai sempre parlato

Con sincerità,

Per te che il mondo era

A tua immagine e somiglianza,

Per te che sei stata sacrificata

Sull’altare grondante di sangue

Da demoni travestiti da umani,

Per te i miei pensieri,

Le mie preghiere,

Il mio pianto,

Pperché ciò che hanno fatto a te,

Lo hanno fatto a me.”

Analisi critica a cura di RITA MASCIALINO

La silloge poetica di Lucia Esposito Cuore di Donna-Lacrime in versi (Booksprint Edizioni: 2017) comprende centoventiquattro liriche che, come esplicita l’Autrice nel sottotitolo, sono lacrime in versi, frutto del dolore inconsolabile del cuore di una donna. Che le poesie abbiano o meno riflessi possibili del vissuto personale dell’Autrice, non è interessante per la valutazione della silloge, quello che importa è che le sue poesie danno voce alla Donna di tutti i tempi per quanto se ne sa dalla storia del passato e per quanto se ne ode nelle cronache di ogni giorno nell’attualità che la vede vittima di omicidi e di crudeltà da parte dei suoi compagni, anche e forse soprattutto per la violenza che subisce in seno alla famiglia. Lucia Esposito si fa portavoce delle donne perché cessi la mattanza, ossia perché qualcuno la faccia cessare d’autorità e con una più equa educazione sia dell’uomo che della donna. Se molto viene fatto dalla Giustizia e dalle Forze dell’Ordine, per cui molte donne vengono salvate dall’inferno in cui vivono minacciate da compagni che esse vorrebbero abbandonare e che non vogliono rinunciare a sopraffarle, questo ancora non basta, altre, ancora troppe, non ce la fanno e soccombono, come nel messaggio della Esposito. Nella silloge Cuore di donna – Lacrime in versi si leva un vero grido di dolore contro il femminicidio fisico e psicologico. Lucia Esposito scrive on primo luogo per quelle donne che non ce l’hanno fatta, che sono morte o che soffrono per la persecuzione da parte di chi è più forte di loro, per le percosse e i maltrattamenti psicologici che insieme le riducono a larve umane quando riescano a sopravvivere. A tutte le donne è dedicata espressamente la poesia Per te citata più sopra come emblema della raccolta. Molto importante è il tema centrale che la ispira: la propensione naturale della donna, dovuta al senso materno che essa nutre in sé, a credere nell’umana bontà – si dice che ognuno misuri con il proprio metro e il metro della donna è quello della fiducia con il quale essa, per natura, misura la vita. Con questa donna dalla personalità utile a salvaguardare i valori positivi, a diffondere buoni propositi, Lucia Esposito si identifica e per lei compone la sua poesia, in cui le indirizza non solo i propri pensieri, ma anche le proprie preghiere essendo essa un’anima religiosa e mantenendo la fede in tutte le traversie. Anche la donna, dice Lucia Esposito, è fatta a immagine e somiglianza di Dio, eppure è stata da sempre sacrificata da uomini malvagi, solo travestiti da umani a immagine e somiglianza di Dio. Si tratta di una poesia che è non solo emblema della silloge, ma della storia della donna stessa che sintetizza in versi che paiono scolpiti sulla pietra per durare a memoria dell’umanità.

Nella poesia Nella notte solitaria citata di seguito la donna esprime il suo lamento nella notte che la vede sola. Immagini di demoni, esseri dalla carica in generale negativa e in special modo nel contesto della lirica, nonché di fantasmi con la loro triste eco recando essi con sé in ogni caso l’atmosfera della morte, si succedono nella sua mente, dove fanno la loro comparsa anche gli angeli. Gli angeli in genere, comunque non sempre, hanno spesso il compito di proteggere gli esseri umani, l’angelo custode li rappresenta in ruoli benevoli, per cui si può chiedere la loro protezione quando dagli uomini in Terra non ne viene. Tuttavia vi è un lato sinistro anche nell’immagine dell’angelo che lo accomuna ai demoni e ai fantasmi con i quali viene collegato nella lirica: non è un essere vivente, bensì abita l’al di là, il regno dei morti e per altro nelle leggende popolari vi è anche l’angelo della morte, l’angelo che annuncia la morte, nulla di buono dunque e l’angelo della poesia non pare essere in soccorso alla donna, pare non avere il ruolo protettivo del custode. Nel contesto l’aver accomunato gli angeli ai demoni e ai fantasmi e poiché tali angeli nulla portano di positivo per la donna che rimane sola senza nessuno cui rivolgersi, vale, almeno come frutto di associazioni inconsce, per il contatto con un mondo triste, di non viventi. Le tre figure danzano nel vento essendo immateriali e si confondono con esso quali pensieri infausti nella mente della donna. Di fatto queste figure metafore dei pensieri della poetessa in questa notte dove essa è sola senza l’aiuto di nessuno evocano in essa malinconici ricordi che essa può affidare solo alla poesia scritta su carta ormai spiegazzata, non più integra, che sta bruciando e ondeggia assieme alle non liete immagini della sua mente con il crepitio tipico del fuoco, un crepitio che non è quello del focolare domestico, ma che è apparentemente una fiaccola che arde nella notte non come luce che la rischiari, ma come segno inquietante, come segno di dolore che si diffonde insieme alle citate tristi figure, simbolo di un’anima che arde nella disperazione (117):

NELLA NOTTE SOLITARIA

Nella notte solitaria

demoni, angeli e fantasmi

danzano nell’aria

come fiaccole nel vento,

comprimendo

con malinconici ricordi

la mia anima

carta spiegazzata e lacera

che ondeggia con essi

crepitando di dolore.”

Nelle poesie di Lucia Esposito, nella loro globalità, non c’è più il perdono per il male ricevuto, la misura è stata colmata, il cuore materno della poetessa proiezione della donna in ambito universale perdona fino al giusto, non perdona dove c’è solo e sempre ingiusta sofferenza che rende insensato anche il perdonare. Allora le parole, più che mai lapidarie, si fanno dure e il senso materno della donna si innalza alla soglia del coraggio necessario alla giustizia (15):

SOFFRO

Soffro

e

maledico

chi ha riempito

la mia splendida rosa

di spine.”

La donna qui non accetta più ogni offesa psicofisica che le venga arrecata da qualsiasi parte essa giunga, non fa più appello alla sua capacità di sopportazione, ma si erge contro chi ha rovinato la sua splendida rosa, la sua bella personalità, il suo buon cuore riempiendolo di spine e lo maledice dall’alto della sua sofferenza al di là di ogni malvagità, quasi un’incarnazione autorevole della nemesi capace di rendere giustizia.

Ma nelle poesie di Lucia Esposito non c’è solo la triste storia della donna, c’è anche la speranza e la consapevolezza del bene (57):

RADICI E ALI

L’amore vero

mette le ali alle radici

e le radici alle ali,

affinché si incontrino

la notte e il giorno

per tutta l’eternità.”

L’amore vero – nella fattispecie al femminile – può portare la svolta alla vita, la svolta che può verificarsi, tale da mettere le ali alle radici perché possano volare e tale da mettere le radici alle ali, perché non perdano il contatto con la Terra, con il buon senso che rende possibile l’unione degli opposti in una tolleranza delle diversità quali radici e ali, notte e giorno.

Una raccolta forte nei contenuti, che a diritto può rappresentare la condizione della donna in tutti i tempi al di là di facili edulcorazioni e al di là del piangersi addosso – la poetessa non si autocompiange, solo denuncia nel canto poetico la condizione troppo spesso invivibile affinché possa cambiare.

                                                                                                                                                                                                    Rita Mascialino