CANZONI DEL MONDO

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INTRODUZIONE a cura del critico Rita Mascialino

Dopo la grande musica dei secoli fino ai primi anni del Novecento la Sezione dell’ARCHIVIO D’ARTE prosegue con le grandi canzoni dal Novecento in poi con le quali vuole dare memoria storica ai più celebri successi nell’ambito, ossia alle canzoni che tra le altre numerosissime hanno emozionato i sensi di tutti. Dà inizio alla rassegna storica, corredata dal video delle canzoni citate, Unchained Melody cantata dall’ultimo Elvis Presley e seguita dal commento critico di Rita Mascialino.

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.UNCHAINED MELODY DI ELVIS PRESLEY

Commento critico di RITA MASCIALINO

Unchained Melody (1955), musica composta da Alex North (Isadore Soifer 4 dicembre 1910 – 8 setembre 1991) con testo lirico di Hy Zaret (Hyman Harry Zaritsky New York21 agosto 1907 – 2 luglio 2007) fu riproposta da innumerevoli cantanti, tra cui più famosi i Platters e i Righteous Brothers. Anche il grande cantante ELVIS PRESLEY (Elvis Aaron Presley, Tupelo8 gennaio 1935 – Memphis16 agosto 1977) la cantò un mese e mezzo prima di morire. Musica e testo sono straordinari, ma ancora più straordinaria è l’interpretazione sofferta e appassionata che ne ha dato l’ultimo Elvis Presley e nella quale si esprimono il dolore psicofisico dell’Artista e il suo presentimento inconscio della fine vicina, la sua struggente nostalgia della vita che stava per abbandonarlo. Proprio la fine vicina ha messo le ali al sentimento dell’intramontabile menestrello. In particolare il testo della seconda strofa in cui Zaret raggiunge somma profondità poetica accompagnata dalle dolcissime note musicali di North, può essere considerato il polo emotivo subliminale che ha indotto Presley a cantare la canzone che conosceva già e che non aveva mai scelto di cantare quando era ancora giovane e forte:

(…) Lonely rivers flow to the sea, to the sea

To the open arms of the sea
Lonely rivers cry
Wait for me
Wait for me
I’ll be coming home
Wait for me (…)”

Trad. di RM:

(…) I fiumi solitari fluiscono al mare, al mare

Alle braccia aperte del mare

I fiumi solitari piangono

Aspettami,

Aspettami,

Verrò a casa

Aspettami (…)”


Colui che canta la sua canzone dice all’amata di aspettarlo perché sta tornando a casa da un lungo viaggio, ma nella metafora scelta relativamente ai singoli fiumi solitari e al mare sono i fiumi che, senza compagna, piangono e fluiscono al mare mormorando ‘Aspettami’, come se l’amata fosse il mare che li attende a braccia spalancate. Il mare è simbolo per eccellenza dell’origine della vita e del ritorno di essa alla casa originaria, dove la vita termina il suo ciclo: i fiumi, con cui il poeta ed Elvis Presley nella loro ispirazione esistenziale si sono identificati inconsciamente se non anche consapevolmente, immaginano di stare arrivando a casa, per finire perdendosi nell’ampio mare per sempre, per mai più riprendere la forma che hanno avuto fino a quel momento, per terminare la loro parabola sulla Terra.

Il titolo della serenata Unchained Melody, Melodia senza catene, comprova per parte sua l’interpretazione della strofa come sopra. Unchained Melody è una serenata dedicata certo ad una amata, ma è tuttavia una serenata senza catene, senza lacci dunque, dove domina la spinta dell’uomo a cantare il proprio sogno di vita senza i legami dovuti ai sentimenti che, pur tanto belli, avrebbero limitato la sua libertà e fuori dai quali esso è vissuto lungo tempo da esploratore solitario come i fiumi nel loro potente vagabondare solitario sulla Terra fino a quando si faccia sentire il richiamo per il ritorno definitivo a casa.

Rita Mascialino

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ON THE ROAD AGAIN DEI CANNED HEAT

Commento critico di RITA MASCIALINO

ON THE ROAD AGAIN è un successo del 1968 del gruppo CANNED HEAT, Calore in scatola, con vari sensi metaforici inerenti al sostantivo heat, fondato nel 1965 a Los Angeles. Leader  del gruppo fu Alan Wilson (Boston 1943 – Topanga Canyon 1970), compositore, poeta, cantante, chitarrista e armonicista della Band, detto Blind Owl, Gufo Cieco, per via della sua quasi completa cecità. La Band rappresentò il genere musicale del blues rock e del boogie rock che si diffusero in tutto il mondo. Il testo della canzone si incentra sull’essere di nuovo e ancora in strada quasi questa sia la più vera casa del protagonista, aperta e percorribile in piena libertà, senza altra meta che viaggiare continuamente, senza qualcuno da cui ritornare, senza una madre cui riferirsi come legame affettivo simbolo del focolare domestico. La voce di Wilson, pur riconoscendosi come voce maschile in alcune frasi pronunciate normalmente, è artificialmente prodotta in alta frequenza. Ciò, accanto all’influsso moderatore del blues, toglie a sua volta al rock di Wilson ogni possibile machismo alleggerendo in aggiunta l’effetto emozionale destabilizzante intrinseco al vagabondare senza più alcuna meta. Il canto così alterato è quasi associabile ad un’aria cantata mentalmente e contribuisce a fare del cammino un viaggio interiore che, pur ritmato da un passo veloce e sicuro, lascia affiorare nel protagonista brandelli di ricordi del passato, di una madre che lo ha abbandonato, dell’assenza di una casa sostituita ormai dalla strada come può accadere per coloro che non hanno nessuno cui fare riferimento nella loro esistenza. Un pezzo dall’impatto emotivo senz’altro malinconico.

Molto diverso il remake, di altrettanto grande successo, a dieci anni di distanza da parte dei Rockets, una Band francese che trasforma il blues rock dell’originale On the Road Again di Alan Wilson in un ritorno ai suoni più accesi del ritmo rock enfatizzato dall’uso dei sintetizzatori, reso ancora più macho dal travestimento alieno e straniante dei musicisti che paiono giungere da qualche astro disperso nelle Galassie. Anche la voce resa metallica dal vocoder contribuisce a rappresentare una scarsa interiorità come in possibili marziani fantascientifici, come in automi umani tendenti alla disumanizzazione e lontani da ogni malinconico approccio alla vita. Un modello che vuole cancellare ogni sentimento smarrito durante il lungo cammino in strada, quel sentimento che in una eco sottile ancora esisteva nella interpretazione di Alan Wilson accompagnata in sottofondo dal suono nostalgico dell’armonica a bocca.

Così due interpretazioni dello stesso pezzo a distanza di un decennio l’una dall’altra mostrano differenze non da poco, segno dei tempi in cambiamento.

Rita Mascialino

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I BEATLES: LET IT BE DI PAUL McCARTNEY

Commento critico di RITA MASCIALINO

La canzone Let it Be fu composta da PAUL McCARTNEY nel 1969, uscì come singolo nel 1970 e fu pubblicata nello stesso anno nell’omonimo album dopo lo scioglimento ufficiale della celebre band inglese di musica rock e pop dei giustamente definiti favolosi BEATLES avvenuto sempre nel ’70 dopo circa un decennio di successi travolgenti in tutto il mondo. È una canzone che segna lo spartiacque nella talora un po’ tumultuosa alleanza dei componenti. Citando gli storici membri del gruppo fondato a Liverpool nel 1960: il leader John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr.

Paul McCartney, autore anche del testo e non solo della musica di questa canzone, si ispirò, almeno a suo dire, ad un suo sogno relativo a sua madre morta quando lui aveva soli quattordici anni. Il testo poetico della canzone nella sua qualità di opera artistica, pur nella sua facile spontaneità, reca con sé a livello più profondo, come tutti i testi poetici, simbologie che vanno oltre il dato biografico e comunque concreto, consapevole, simbologie che vengono qui presentate nei loro tratti principali. Un cenno alla frase che dà il titolo al pezzo e che è quanto la madre consiglia al figlio nel sogno: il sintagma let it be, significa lascia stare, lascia perdere, nel senso che ci si debba soffermare sul negativo della vita, su quanto non è andato nel verso giusto, perché si presenteranno altre possibilità e andrà meglio. Si tratta quindi di un sogno in cui la madre, di nome Mary, Maria, soccorre il figlio in ambasce, nei momenti bui in cui esso crede di non farcela a superare le avversità. John Lennon dileggiò sarcasticamente tale canzone per suoi possibili intrecci con credenze religiose e di fatto nel testo ci sono alcune coincidenze che rimandano a Maria madre di Cristo. È il caso di evidenziare come McCartney avrebbe potuto non citare il nome della madre se avesse voluto, consciamente o inconsciamente, evitare qualche sovrapposizione della stessa, anche la più marginale, con la madre di Cristo, ciò che non ha fatto, lasciando il nome inalterato e rendendo possibile l’associazione con essa. Una ulteriore possibile sovrapposizione riguarda il fatto che anche nella preghiera alla madre di Cristo si fa esplicito riferimento – ovviamente sul piano divino – alla richiesta di aiuto da parte degli umani nei momenti difficili della vita fino a quello finale più arduo. McCartney non si rivolge per altro a sua madre usando il possessivo my, mia, ma con il semplice termine Mother, Madre, ciò che rafforza in parte il possibile aggancio alla Madonna. La maiuscola per Mother, oltre che per un possibile rispetto per la Madonna, esprime senz’altro il reverenziale rispetto del figlio per la grandezza della madre nel suo ricordo, maiuscola che, vista l’assenza del possessivo, può valere in senso più lato indirettamente anche per il rispetto verso tutte le donne in quanto madri. In Mother Mary, Madre Maria, la quale viene in soccorso del figlio Paul, è possibile dunque rinvenire una triplice sovrapposizione simbolica nelle persone della madre di Paul, della madre di Cristo e, sempre restando all’interno del testo di McCartney e senza nulla togliere né aggiungere al suo significato, anche della donna in quanto madre. In ogni caso e comunque nel testo di McCartney, anche senza considerare l’associazione più o meno voluta alla madre di Cristo, sono la madre dell’Autore e la donna in quanto madre a dare la forza di vivere, la fiducia nella vita, la capacità di affrontare la vita per il bello che può dare, per le opportunità positive che si incontrano sempre sul cammino oltre a quelle nefaste. Certo il sogno dà al sognatore solo un contatto impalpabile con la madre non più vivente, ma tale contatto è vissuto a livello di sentimento molto intensamente. Questa semplice quanto immortale poesia musicale d’amore per la madre si può considerare tra le più belle composizioni prodotte da McCartney e dai Beatles stessi e contribuisce ad esaltare la figura femminile con le sue connotazioni principali più positive, in aggiunta contribuisce a fare luce più profondamente nella personalità di un grande personaggio per il quale una fama immensa non ha comunque sostituito il ricordo degli affetti più grandi come quando si instaurano nella foscoliana e insuperabile “corrispondenza d’amorosi sensi”.

La versione, fornita a YouTube dal Gruppo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Remastered 2009) The Beatles Sgt., si riferisce al doppio album di concerti dal vivo di Paul McCartney Good Evening New York City ed è pubblicata in video sullo sfondo delle figure dei BEATLES al completo, compresi Lennon e Harrison, non più viventi all’epoca della performance di Paul McCartney, ma presenti nelle immagini come fossero ancora attorno a lui e cantassero e suonassero dal vivo con lui come nella emozionalmente molto intensa ricostruzione del pezzo. Interessante e ancora più sofferta è anche la performance di Paul McCartney Live from Grand Central Station New York del 2018, quando il compositore aveva settantasei anni. Queste due versioni di Let it be offrono la voce di un Paul McCartney meno sicuro di sé e più sensibile, una voce nella quale assieme al ricordo della madre si fa sentire, inevitabilmente, la più vasta eco della memoria della vita.

Rita Mascialino

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