CANZONI DEL MONDO

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INTRODUZIONE a cura del critico Rita Mascialino 

2019© Rita Mascialino – citazioni solo virgolettate esplicitando l’Autore e il titolo dello Studio

Dopo la grande musica dei secoli fino ai primi anni del Novecento la Sezione dell’ARCHIVIO D’ARTE prosegue con le grandi canzoni dal Novecento in poi con le quali vuole dare memoria storica ai più celebri successi nell’ambito, ossia alle canzoni che tra le altre numerosissime hanno emozionato i sensi di tutti. Dà inizio alla rassegna storica, corredata dal video delle canzoni citate, Unchained Melody cantata dall’ultimo Elvis Presley e seguita dal commento critico di Rita Mascialino.

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.UNCHAINED MELODY DI ELVIS PRESLEY

Commento critico di RITA MASCIALINO 

2019© Rita Mascialino – citazioni solo virgolettate esplicitando l’Autore e il titolo dello Studio

Unchained Melody (1955), musica composta da Alex North (Isadore Soifer 4 dicembre 1910 – 8 setembre 1991) con testo lirico di Hy Zaret (Hyman Harry Zaritsky New York21 agosto 1907 – 2 luglio 2007) fu riproposta da innumerevoli cantanti, tra cui più famosi i Platters e i Righteous Brothers. Anche il grande cantante ELVIS PRESLEY (Elvis Aaron Presley, Tupelo8 gennaio 1935 – Memphis16 agosto 1977) la cantò un mese e mezzo prima di morire. Musica e testo sono straordinari, ma ancora più straordinaria è l’interpretazione sofferta e appassionata che ne ha dato l’ultimo Elvis Presley e nella quale si esprimono il dolore psicofisico dell’Artista e il suo presentimento inconscio della fine vicina, la sua struggente nostalgia della vita che stava per abbandonarlo. Proprio la fine vicina ha messo le ali al sentimento dell’intramontabile menestrello. In particolare il testo della seconda strofa in cui Zaret raggiunge somma profondità poetica accompagnata dalle dolcissime note musicali di North, può essere considerato il polo emotivo subliminale che ha indotto Presley a cantare la canzone che conosceva già e che non aveva mai scelto di cantare quando era ancora giovane e forte:

(…) Lonely rivers flow to the sea, to the sea

To the open arms of the sea
Lonely rivers cry
Wait for me
Wait for me
I’ll be coming home
Wait for me (…)”

Trad. di RM:

(…) I fiumi solitari fluiscono al mare, al mare

Alle braccia aperte del mare

I fiumi solitari piangono

Aspettami,

Aspettami,

Verrò a casa

Aspettami (…)”


Colui che canta la sua canzone dice all’amata di aspettarlo perché sta tornando a casa da un lungo viaggio, ma nella metafora scelta relativamente ai singoli fiumi solitari e al mare sono i fiumi che, senza compagna, piangono e fluiscono al mare mormorando ‘Aspettami’, come se l’amata fosse il mare che li attende a braccia spalancate. Il mare è simbolo per eccellenza dell’origine della vita e del ritorno di essa alla casa originaria, dove la vita termina il suo ciclo: i fiumi, con cui il poeta ed Elvis Presley nella loro ispirazione esistenziale si sono identificati inconsciamente se non anche consapevolmente, immaginano di stare arrivando a casa, per finire perdendosi nell’ampio mare per sempre, per mai più riprendere la forma che hanno avuto fino a quel momento, per terminare la loro parabola sulla Terra.

Il titolo della serenata Unchained Melody, Melodia senza catene, comprova per parte sua l’interpretazione della strofa come sopra. Unchained Melody è una serenata dedicata certo ad una amata, ma è tuttavia una serenata senza catene, senza lacci dunque, dove domina la spinta dell’uomo a cantare il proprio sogno di vita senza i legami dovuti ai sentimenti che, pur tanto belli, avrebbero limitato la sua libertà e fuori dai quali esso è vissuto lungo tempo da esploratore solitario come i fiumi nel loro potente vagabondare solitario sulla Terra fino a quando si faccia sentire il richiamo per il ritorno definitivo a casa.

Rita Mascialino

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ON THE ROAD AGAIN DEI CANNED HEAT

Commento critico di RITA MASCIALINO

2019© Rita Mascialino – citazioni solo virgolettate esplicitando l’Autore e il titolo dello Studio

ON THE ROAD AGAIN è un successo del 1968 del gruppo CANNED HEAT, Calore in scatola, con vari sensi metaforici inerenti al sostantivo heat, fondato nel 1965 a Los Angeles. Leader  del gruppo fu Alan Wilson (Boston 1943 – Topanga Canyon 1970), compositore, poeta, cantante, chitarrista e armonicista della Band, detto Blind Owl, Gufo Cieco, per via della sua quasi completa cecità. La Band rappresentò il genere musicale del blues rock e del boogie rock che si diffusero in tutto il mondo. Il testo della canzone si incentra sull’essere di nuovo e ancora in strada quasi questa sia la più vera casa del protagonista, aperta e percorribile in piena libertà, senza altra meta che viaggiare continuamente, senza qualcuno da cui ritornare, senza una madre cui riferirsi come legame affettivo simbolo del focolare domestico. La voce di Wilson, pur riconoscendosi come voce maschile in alcune frasi pronunciate normalmente, è artificialmente prodotta in alta frequenza. Ciò, accanto all’influsso moderatore del blues, toglie a sua volta al rock di Wilson ogni possibile machismo alleggerendo in aggiunta l’effetto emozionale destabilizzante intrinseco al vagabondare senza più alcuna meta. Il canto così alterato è quasi associabile ad un’aria cantata mentalmente e contribuisce a fare del cammino un viaggio interiore che, pur ritmato da un passo veloce e sicuro, lascia affiorare nel protagonista brandelli di ricordi del passato, di una madre che lo ha abbandonato, dell’assenza di una casa sostituita ormai dalla strada come può accadere per coloro che non hanno nessuno cui fare riferimento nella loro esistenza. Un pezzo dall’impatto emotivo senz’altro malinconico.

Molto diverso il remake, di altrettanto grande successo, a dieci anni di distanza da parte dei Rockets, una Band francese che trasforma il blues rock dell’originale On the Road Again di Alan Wilson in un ritorno ai suoni più accesi del ritmo rock enfatizzato dall’uso dei sintetizzatori, reso ancora più macho dal travestimento alieno e straniante dei musicisti che paiono giungere da qualche astro disperso nelle Galassie. Anche la voce resa metallica dal vocoder contribuisce a rappresentare una scarsa interiorità come in possibili marziani fantascientifici, come in automi umani tendenti alla disumanizzazione e lontani da ogni malinconico approccio alla vita. Un modello che vuole cancellare ogni sentimento smarrito durante il lungo cammino in strada, quel sentimento che in una eco sottile ancora esisteva nella interpretazione di Alan Wilson accompagnata in sottofondo dal suono nostalgico dell’armonica a bocca.

Così due interpretazioni dello stesso pezzo a distanza di un decennio l’una dall’altra mostrano differenze non da poco, segno dei tempi in cambiamento.

Rita Mascialino

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I BEATLES: LET IT BE DI PAUL McCARTNEY

Commento critico di RITA MASCIALINO

2019© Rita Mascialino – citazioni solo virgolettate esplicitando l’Autore e il titolo dello Studio

La canzone Let it Be fu composta da PAUL McCARTNEY nel 1969, uscì come singolo nel 1970 e fu pubblicata nello stesso anno nell’omonimo album dopo lo scioglimento ufficiale della celebre band inglese di musica rock e pop dei giustamente definiti favolosi BEATLES avvenuto sempre nel ’70 dopo circa un decennio di successi travolgenti in tutto il mondo. È una canzone che segna lo spartiacque nella talora un po’ tumultuosa alleanza dei componenti. Citando gli storici membri del gruppo fondato a Liverpool nel 1960: il leader John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr.

Paul McCartney, autore anche del testo e non solo della musica di questa canzone, si ispirò, almeno a suo dire, ad un suo sogno relativo a sua madre morta quando lui aveva soli quattordici anni. Il testo poetico della canzone nella sua qualità di opera artistica, pur nella sua facile spontaneità, reca con sé a livello più profondo, come tutti i testi poetici, simbologie che vanno oltre il dato biografico e comunque concreto, consapevole, simbologie che vengono qui presentate nei loro tratti principali. Un cenno alla frase che dà il titolo al pezzo e che è quanto la madre consiglia al figlio nel sogno: il sintagma let it be, significa lascia stare, lascia perdere, nel senso che ci si debba soffermare sul negativo della vita, su quanto non è andato nel verso giusto, perché si presenteranno altre possibilità e andrà meglio. Si tratta quindi di un sogno in cui la madre, di nome Mary, Maria, soccorre il figlio in ambasce, nei momenti bui in cui esso crede di non farcela a superare le avversità. John Lennon dileggiò sarcasticamente tale canzone per suoi possibili intrecci con credenze religiose e di fatto nel testo ci sono alcune coincidenze che rimandano a Maria madre di Cristo. È il caso di evidenziare come McCartney avrebbe potuto non citare il nome della madre se avesse voluto, consciamente o inconsciamente, evitare qualche sovrapposizione della stessa, anche la più marginale, con la madre di Cristo, ciò che non ha fatto, lasciando il nome inalterato e rendendo possibile l’associazione con essa. Una ulteriore possibile sovrapposizione riguarda il fatto che anche nella preghiera alla madre di Cristo si fa esplicito riferimento – ovviamente sul piano divino – alla richiesta di aiuto da parte degli umani nei momenti difficili della vita fino a quello finale più arduo. McCartney non si rivolge per altro a sua madre usando il possessivo my, mia, ma con il semplice termine Mother, Madre, ciò che rafforza in parte il possibile aggancio alla Madonna. La maiuscola per Mother, oltre che per un possibile rispetto per la Madonna, esprime senz’altro il reverenziale rispetto del figlio per la grandezza della madre nel suo ricordo, maiuscola che, vista l’assenza del possessivo, può valere in senso più lato indirettamente anche per il rispetto verso tutte le donne in quanto madri. In Mother Mary, Madre Maria, la quale viene in soccorso del figlio Paul, è possibile dunque rinvenire una triplice sovrapposizione simbolica nelle persone della madre di Paul, della madre di Cristo e, sempre restando all’interno del testo di McCartney e senza nulla togliere né aggiungere al suo significato, anche della donna in quanto madre. In ogni caso e comunque nel testo di McCartney, anche senza considerare l’associazione più o meno voluta alla madre di Cristo, sono la madre dell’Autore e la donna in quanto madre a dare la forza di vivere, la fiducia nella vita, la capacità di affrontare la vita per il bello che può dare, per le opportunità positive che si incontrano sempre sul cammino oltre a quelle nefaste. Certo il sogno dà al sognatore solo un contatto impalpabile con la madre non più vivente, ma tale contatto è vissuto a livello di sentimento molto intensamente. Questa semplice quanto immortale poesia musicale d’amore per la madre si può considerare tra le più belle composizioni prodotte da McCartney e dai Beatles stessi e contribuisce ad esaltare la figura femminile con le sue connotazioni principali più positive, in aggiunta contribuisce a fare luce più profondamente nella personalità di un grande personaggio per il quale una fama immensa non ha comunque sostituito il ricordo degli affetti più grandi come quando si instaurano nella foscoliana e insuperabile “corrispondenza d’amorosi sensi”.

La versione, fornita a YouTube dal Gruppo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Remastered 2009) The Beatles Sgt., si riferisce al doppio album di concerti dal vivo di Paul McCartney Good Evening New York City ed è pubblicata in video sullo sfondo delle figure dei BEATLES al completo, compresi Lennon e Harrison, non più viventi all’epoca della performance di Paul McCartney, ma presenti nelle immagini come fossero ancora attorno a lui e cantassero e suonassero dal vivo con lui come nella emozionalmente molto intensa ricostruzione del pezzo. Interessante e ancora più sofferta è anche la performance di Paul McCartney Live from Grand Central Station New York del 2018, quando il compositore aveva settantasei anni. Queste due versioni di Let it be offrono la voce di un Paul McCartney meno sicuro di sé e più sensibile, una voce nella quale assieme al ricordo della madre si fa sentire, inevitabilmente, la più vasta eco della memoria della vita.

Rita Mascialino

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2019© Rita Mascialino – citazioni solo virgolettate esplicitando l’Autore e il titolo dello Studio

IMAGINE DI JOHN LENNON

Commento critico di RITA MASCIALINO

Imagine (1971), testo poetico e musicale, performance al pianoforte e voce di JOHN WINSTON LENNON (Liverpool 1940 – New York 1980), come nel video ufficiale della canzone, è senz’altro la più famosa canzone composta dall’ex membro del gruppo rock e pop dei BEATLES subito dopo lo scioglimento e pubblicata nel 1971 nell’album omonimo, poi come singola canzone negli Stati Uniti dove Lennon si trasferì per non fare più ritorno in Inghilterra.

Sia del testo della canzone sia del video esistono numerosi commenti come di norma secondo il gusto personale di ciascuno. Il testo di parole è stato interpretato soprattutto se non esclusivamente in chiave sociopolitica, specificamente comunista o socialista o come un inno al pacifismo mondiale, anche come l’opera di un Lennon che dall’alto del suo regno capitalistico ricco di beni materiali predicava l’assenza di ogni desiderio materialistico, di ricchezza e simili. Lennon rispose alle critiche un po’ contraddittoriamente, dichiarando che non era mai stato comunista, ma che la canzone era comunista [https://it.wikipedia.org/wiki/Imagine_(singolo_John_Lennon)], alla fine affermando che la canzone invitava ad immaginare.

Diamo qui dunque un commento critico in aggiunta a quanto già presente relativamente a tale canzone.

All’inizio del video ufficiale, tratto dall’omonimo film Imagine di John & Yōko, si vedono dal retro tra la nebbia e una abbastanza diffusa oscurità di un vialetto le figure di John Lennon e Yoko Ono quasi fossero ombre che emergessero gradualmente dal buio e dalle fitte fronde degli alberi per rientrare nella loro molto speciale casa. Alla fine del cammino in fondo si vede una luce e compare anche la magione di Lennon, del tutto o quasi del tutto bianca con la scritta This is not here in alto nel sopraporta dell’ingresso, ossia Questo non è qui, la cui spazialità è quella di un arco di circonferenza, come un pezzo di arcobaleno su verdi fronde mosse dal vento. I due abitanti della villa avvertono dunque il prossimo, i possibili visitatori, che ciò che si trova nella casa non è lì dove si trovano la costruzione in muratura, gli oggetti, i corpi stessi, implicitamente un luogo immateriale, appunto quello dell’immaginazione – una scritta divenuta il titolo di una Mostra d’Arte organizzata da Yoko Ono. Si apre dunque uno spazio in cui regna il buio quasi totale, una zona che non coincide con una materialità come ha preannunciato la frase di accoglienza. Una zona oscura, adatta a simboleggiare la mente inconscia, creativa per eccellenza. Dall’oscurità si alza quasi impercettibilmente un’ombra da terra, da dietro il pianoforte, la quale si rivela essere la donna vestita di bianco che inizia ad aprire le porte a vetro, con calma, un battente alla volta, una dopo l’altra finché la luce bianca inonda di sé lo spazio: dal buio dell’inconscio sorge la canzone di suoni e parole al chiaro introdotto dalla donna, è lei che porta la luce nel luogo. Terminato il compito di fare entrare la luce nella stanza – la White Room di Lennon a Tittenhurst Park, Ascot –, la donna si dirige verso il pianoforte sempre dando l’impressione di essere una bianca immagine senza peso e siede lieve accanto all’uomo, quasi personifichi una regia della creatività dell’uomo. La canzone inizia con il termine Imagine, Immagina, ciò che si collega al significato della frase di accoglienza: si è entrati nel regno dell’immaginazione, impalpabile, non dov’è la materia, non in un luogo concreto, bensì nel mondo fluttuante delle immagini difficile o impossibile da fissare se non nell’arte, nella musica, nella poesia, è lì che si entra in quella casa. E il testo poetico della canzone invita a immaginare che non ci sia nessun paradiso, nessun inferno – luoghi che sono presentati dalle leggende come reali luoghi di umana beatitudine o umana sofferenza, luoghi di premi e di punizioni divine –, nessun motivo per uccidere e per morire, nessuna religione, nessun bene materiale, nessun paese concreto, ma solo domini l’evanescente cielo e la pace di tutta l’umanità, come nel più bel sogno che gli umani possano fare. Tuttavia il cielo, metafora comunemente adottata per lo spirito data la sua intangibilità e trasparenza, assenza di corpo, è nel contesto semantico della canzone anche un simbolo forse, a seconda delle credenze di ciascuno, meno splendido: coloro che non sono più vengono collocati solitamente nel cielo, metafora della spiritualità e della trascendenza sì, ma anche dell’assenza della vita. Per altro lo stesso colore bianco che prevale tanto estesamente nell’ambientazione della canzone ha agganci molto spiccati con l’assenza di vita, con la morte di cui è, tra le altre simbologie ad esso connesse, un simbolo da sempre accanto al nero pure un simbolo tra l’altro di morte, ma che tuttavia ha simbologie di potenzialità diverse da quelle intrinseche al bianco e su cui non è il caso di soffermarsi. Un cielo come luogo in cui abitano i non viventi nella fantasia dei popoli, gli angeli, gli esseri ormai solo spirituali – non divinità comunque le quali sono esplicitamente escluse dal mondo immaginato da John Lennon.

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I suoni del pianoforte, ritmati da uno splendido Alan White alla batteria (Chester-le-Street UK, 1949), capace di sostenere l’anima profonda della canzone pur rimanendo soft tranne pochi sapienti e necessari interventi discretamente più energici, accompagnano suadenti assieme alla voce altrettanto discreta di John Lennon verso l’assenza di ogni cosa, come in una ninnananna che conduca il bambino ad uno speciale sonno, quello più distante dalla vita, come in un viaggio verso il nulla, piano piano, lontano dall’aggancio ad ogni concretezza esistenziale. La fratellanza universale sognata e auspicata, interpretabile come una bella utopia più o meno politicizzabile in varia direzione, comunista o di marca anarchica o qualsiasi, non cancella la più profondamente diffusa sinistra realtà del mondo immaginato, il desiderio di infinito, di dissoluzione della materia nell’infinito, di destrutturazione del corpo, un cupio dissolvi percepito inconsciamente in modo molto intenso. Il richiamo ad altri sognatori che possano unirsi all’uomo in un mondo diverso e possibile solo nell’assenza di ogni responsabilità connessa immancabilmente alle esigenze del vivere è al di là della prima apparenza quanto mai infausto, non è un richiamo ad un’attività qualsiasi positiva, non è un richiamo a nessuna rivoluzione sociopolitica, questo secondo quanto risulta dal testo musicale e poetico di John Lennon – ricordiamo che si tratta di un pezzo che ha l’effetto di una ninnananna, invita dunque al sonno e al sogno, all’immaginazione, al ritiro dal reale, non all’azione –, anche secondo quanto risulta dall’ambientazione in una tale speciale casa fatta di nulla essa stessa, come esprime la frase di accoglienza. A proposito della donna vestita di bianco, sorta quasi dal nulla e dall’oscurità e che si muove con la leggerezza di uno spettro, essa evoca per questi particolari la straordinaria Ligeia di Edgar Allan Poe, di cui si dice nel racconto: She came and departed as a shadow, Essa veniva e dipartiva quale ombra (Mascialino 1996) quasi fosse già appartenente all’ambito degli spiriti, dei fantasmi del reale e non già alla realtà di un essere in carne ed ossa. Il sogno di John Lennon ha creato in questa canzone un luogo della non vita, un luogo umbratile e di ombre, un mondo dell’immaginazione appunto, della sua immaginazione. Un’immaginazione seducente come lo sono tutte quelle che invitano al sonno più profondo e lontano dalla vita, la seduzione più pericolosa perché non si riconosce subito nella sua verità e cui ci si può pertanto abbandonare senza accorgersi di quale – arcaica – seduzione si tratti, di quale sogno estetico si tratti e di fatto la canzone è stata interpretata in chiave politica, sociale, attiva, quanto mai vitale, diversamente dal messaggio che i suoni, la voce e le parole esprimono, non da ultimo l’ambientazione della scena in una stanza che era stata il luogo della composizione della canzone da parte di Lennon.

Per finire: un’ulteriore osservazione accanto al commento critico. Una canzone che rivela un John Lennon attratto nel profondo del suo inconscio verso un mondo solo immateriale, senza segno di vita, molto verosimilmente vicina ad un presagio della fine della sua stessa vita.

Rita Mascialino

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NON, JE NE REGRETTE RIEN DI ÉDITH PIAF

Commento critico di RITA MASCIALINO

2019© Rita Mascialino – citazioni solo virgolettate esplicitando l’Autore e il titolo dello Studio

NON, JE NE REGRETTE RIEN, canzone composta nel 1956 da Charles Dumont con testo del poeta Michel Vaucaire, fu cantata da ÉDITH PIAF, pseudonimo di Édith Giovanna Gassion (Parigi 1015 – Grasse 1963), per la prima volta nel 1960 allo storico teatro parigino dell’Olympia, salvato dal fallimento proprio dalla performance della Piaf, artista capace con il suo canto straordinario il mondo intero. Mel breve commento che segue verranno messi in relazione il testo poetico, la musica e la voce della Piaf, intreccio in cui viene ad essere il significato della sua emozionalmente intensa canzone.

Il testo, che utilizza la prima persona, parla del bilancio della propria esistenza, del senso ad essa dato secondo un giudizio esplicito nelle parole della poesia e implicito ad esse, ossia alle esperienze e alla modalità con cui sono state vissute dal punto di vista della Piaf, secondo il poeta Vaucaire. Viene dichiarato come tutto il passato, bello o brutto, venga buttato via o dimenticato, rimosso, dato alle fiamme, pagato anche il prezzo del dolore e della felicità, ossia viene ribadito più volte come si sia deciso di non tenere nessun conto del passato, reputando questa decisione una necessità per poter ricominciare da zero una nuova vita, diversa dalla precedente che per qualche caratteristica o per ogni caratteristica – facendo con ciò di tutte l’erbe un fascio, di quelle buone e di quelle cattive – non è considerata positiva. Dunque il poeta Vaucaire fa buttare via alla Piaf anche il bene da essa ricevuto nella vita. Il voler dimenticare i propri ricordi esprime sì il desiderio di fare totale piazza pulita del proprio passato, ma implica anche e soprattutto che si voglia fare piazza pulita dei sentimenti collegati al proprio vissuto, in quanto sono quelli che sono pesanti da sopportare e di cui ci si vuole liberare per la sofferenza che essi comportano nel male, ma anche e forse più nel bene che nel male. Perché, vista la rapacità della vita che tutto trascina nella sua corsa inarrestabile, il ricordare il bello che si è avuto e che magari non si ha più – e che comunque si dovrà inevitabilmente perdere per sempre un giorno – può fare più male che ricordare il negativo. Così la Piaf dichiara con le parole di Vaucaire di avere pagato il prezzo per la felicità e il suo vissuto e di volere dimenticare tutto il suo passato, bello o brutto, molto realisticamente fregandosene, come viene detto nel testo stesso: Je m’en fous du passé, canta la Piaf nel desiderio di essere forte, di non lasciarsi indebolire dai sentimenti che l’hanno sfinita e del cui fardello si vuole alleggerire. Ora si potrebbe dire che questa è l’opinione del poeta, non della Piaf, ma se la Piaf, che ha ascoltato di seguito tredici volte la canzone prima di decidere di accettare o meno, non fosse stata d’accordo con il testo o la melodia, avrebbe rifiutato di cantarla o avrebbe senza alcuna difficoltà fatto modificare qualche parola relativa ai concetti non graditi. Al contrario, ha accettato l’intero pacchetto dopo aver riflettuto a lungo – tredici ripetizioni della canzone hanno dato modo di introiettare testo e melodia e di sentirli o meno in sintonia con la propria sensibilità e personalità, del momento almeno.

C’è da valutare adesso la parte giocata dalla musica di Dumont e dalla voce della Piaf. La musica fa da sfondo al canto quasi prevalentemente un suo accompagnamento ritmico su poche tonalità e si svolge sul un passo breve che sottolinea i picchi emotivi di negazione del passato con l’aumento di intensità dei bassi. Anche la voce si gioca su pochi e sottili cambi di tonalità spesso con un vibrato lieve e suggestivo che invita a sentire la propria interiorità e suscita emozioni di tristezza, di nostalgia, ciò in direzione opposta alle parole della poesia, con le quali viene affermato di non avere più bisogno dei ricordi di cui si vuole solo e sprezzantemente fare fuoco, perché sono diventati del tutto indifferenti e sono dimenticati. Quando la Piaf canta del fatto che ormai i suoi ricordi di amori e sofferenze d’amore e tutto il vissuto le servano solo per accendere il fuoco che li distruggerà, il vibrato della sua voce si fa più sofferto e quasi potrebbe evocare un pianto trattenuto. Le fiamme, malgrado le intenzioni dichiarate della Piaf, sono comunque qualcosa che scalda, il passato dunque, che viene buttato alle fiamme perché venga ridotto in cenere, scalda un’ultima volta il cuore di chi si vuole disfare di esso pensando di poterne fare a meno e riceve comunque nel contempo il calore della sua vampa nell’addio più drammatico. La voce carica di pathos della Piaf, intrisa di passione e in qualche attimo di più intensa commozione pervasa da una sfumatura di pianto trattenuto per aver troppo sofferto e troppo amato, va anch’essa in direzione opposta alle parole, alle dichiarazioni di forza finalizzate a far tacere i sentimenti che l’esistere reca con sé, alla volontà di non avere più ricordi dolorosi in ogni caso, di non rimpiangere nulla né di rammaricarsi di nulla nella più totale indifferenza. La voce della Piaf dice la verità della sua situazione interiore, piena di passione per la vita, per il bene e per il male che essa comporta, in totale accettazione dell’esistere. Al proposito, il contrasto tra la voce e il testo evidenzia come la decisione non venga presa con tracotanza o a cuor leggero o per aridità di cuore, ma come la decisione di farla finita con i ricordi trascorsi consegua nel profondo del cuore alla troppa sensibilità, quasi sia necessaria una sosta per riaversi dalle emozioni intensamente esperite di qualsiasi tipo, questo nella speranza o nell’illusione di poter superare sia la sofferenza per il male sia l’amore più appassionato per la vita, tanto appassionato da fare tutt’uno con la sofferenza, ciò che pare essere stato il Leitmotiv connotante la personalità di Édith Piaf. Nella parola finale toi la canzone dà una speranza di un nuovo amore: la vita che comincia non lascia la protagonista del piccolo o grande dramma esistenziale da sola, ma la vede, pur da persona rinata, con una persona da amare nuovamente, proprio non avendo più – o sperando di non avere più – ricordi laceranti, nella dannunziana illusione della favola bella che si ripete a fasi alterne. La musica allora assume un tono quasi trionfalistico che sta però come un corpo estraneo nel contesto della canzone, come qualcosa di giustapposto, questo perché dopo tanta passione nel vero senso del termine, dopo tanto dolore, la gioia quasi solenne di un nuovo amore è come una solenne promessa di ricominciare tutto con le illusione di un tempo, è come voler dare valore a ciò di cui ci si è voluti liberare, un contrasto che nulla toglie comunque al tono generale del testo, della musica e della voce della Piaf. E se nell’ultimo verso in luogo di toi ci fosse moi, allora la canzone raggiungerebbe, forse, la totale perfezione, la protagonista del canto ricomincerebbe da se stessa una volta cancellato o distrutto il suo passato, tuttavia l’aver messo una persona altra nel finale apre comunque la possibilità positiva di un nuovo inizio coinvolgente ulteriori rapporti umani e non solo per così dire solipsisticamente la Piaf.

Una nota a conclusione: la canzone fu dedicata dalla Édith Piaf alla Legione Straniera, che ne fece un proprio punto di riferimento e questo molto opportunamente vista la necessità e la capacità da parte dei soldati arruolati di lasciarsi alle spalle il passato bello e brutto che fosse e ricominciare da zero la propria vita, ciò che lascia intravedere la qualità guerriera della Piaf stessa, quasi essa abbia sentito la vita come una lotta da combattere incessantemente.

                                                                                                                                                                           Rita Mascialino