POEMI EPICI

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OMERO – SCULTURA ELLENISTICA – ROMA – MUSEI CAPITOLINI

POEMI EPICI – LA POESIA DI OMERO a cura del critico letterario Carla d’Aquino Mineo

L’Archivio Storico Universale delle Belle Arti del Centro Accademico Maison d’Art di Padova presenta i due poemi omerici che sono sublimi per concetti e poesia con caratteri differenziati. L’Odissea mostra una matura tecnica narrativa che rivela un’idea religiosa nel poema dell’umano che percorre vicende sofferte nelle peregrinazioni in un mondo marino, dove il protagonista è Odisseo. L’eroe si distingue nella narrazione per il superamento degli ostacoli, tra molti inganni e sofferenze, sconfiggendo la forza di Polifemo e la seduzione delle sirene con gli incantesimi di Circe e sopportare tutte le avversità nel desiderio intenso di ritornare nella sua Itaca. La narrazione si sublima nelle vicende che appaiono lungo le coste del Mediterraneo. l’Odissea è composta da tre settori narrativi: il primo si riverisce alla Telemachia, che narra le vicende di Telemaco, figlio di Odisseo, il quale, supera le insidie dei Proci che hanno invaso la reggia di Itaca, aspirando alla mano di Penelope. Nel contempo cerca le tracce del padre a Pilo, presso Nestore ed a Sparta, presso Elena e Menelao. Il secondo settore racconta le avventure di Odisseo, trattenuto ad Ogigia dall’amore della ninfa Calipso e per decisione divina parte e giunge naufrago all’isola di Scheria, terra prospera dei Feaci, dove giungerà alla reggia, tramite la guida di Nausicaa, la bella figlia del re Alcino. In questa atmosfera di tranquillità Idilliaca Odisseo ascolta commosso il ricordo degli episodi della guerra troiana cantati dall’aedo Demodoco, rimembrando un meraviglioso racconto, in cui scorrono le vicende di viaggi straordinari, come, l’incontro con i Lotofagi, che hanno il frutto dell’oblio, la sconfitta del gigante Polifemo con l’astuta idea dell’accecamento, le metamorfosi escogitate da Circe, l’evocazione dei morti e le profezie di Tiresia nella terra dei Cimmeri. Le avventure descritte nei libri IX° – XII° sono note con il nome di Apologhi, mentre il terzo settore, comprende la nota Mnesterofonia, che raccoglie l’uccisione dei Proci e le origini della strage. Odisseo, giunto ad Itaca è accolto da Eumeo e si rivela solo a suo figlio con cui realizza la vendetta. Risalta nell’episodio narrativo il commovente riconoscimento del cane Argo e della nutrice Euriclea con Penelope, smorzando l’atmosfera drammatica della lotta dell’eroe per la riconquista del suo potere con Penelope nella totale massacro dei Proci.

L’ODISSEA

ARTE VISIVA IN MITOLOGIA

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Giovanni Cherubini – Tarquinia – Viterbo – Nell’eleganza formale dell’illustre tradizione classica risalta la bellezza della Venere di Milo, dipinta dal maestro Giovanni Cherubini, svelando un mondo evocativo e mitologico nella raffinatezza dei toni e nella morbidezza del colorismo di fattura antica, ricondotta ad un sentimento odierno con innegabile maestria esecutiva.

Carla d’Aquino Mineo

Note storiche: La Venere di Milo - Considerata Dea della Bellezza, è tra le più note sculture riconosciute a livello mondiale ed è attribuita ad Alessandro di Antiochia. La Venere in scultura è datata 130 – 100 a.C. e  collocata nel Museo del Louvre di Parigi.

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Giovanni Cherubini – Ricercatore di Fisica Nucleare e ambientale – scrittore – maestro d’arte visiva

BIOGRAFIA

Nato a Pavia il 3/07/1945. Laurea in Fisica alla “Sapienza di Roma” (1970). Per molti anni svolge
attività di ricerca in collaborazione con Enti e Università. Numerose Pubblicazioni sia Nazionali che
Internazionali nel campo della Fisica Nucleare e Ambientale. Attualmente svolge ricerche
fondamentali sulla connessione fra energia e deformazioni spazio-temporali (Fisica post-relativistica).
Giovanissimo ha la prima formazione sotto la guida dello zio, Lorenzo Balduini, Pittore in Tarquinia e
partecipa ad importanti mostre collettive (via Margutta, Premio Cardarelli).
Attività recenti: Mostre personali a Viterbo e Tarquinia. Inoltre:
Mostra – Selezione Nazionale di dodici pittori contemporanei Aprile 2014 – Gubbio
Mostra – “Triennale del Bramante” – Roma Aprile – Maggio 2016 –
Rassegna nazionale Centro Accademico Maison d’Art di Padova – Palazzo Albrizzi – Venezia 2017
Biennale di Asolo Centro Accademico Maison d’Art di Padova – Asolo 2017
Premio Palladio Centro Accademico Maison d’Art di Padova – Villa Contarini – Piazzola sul Brenta –
PD 2017
Rassegna nazionale Dipinti d’Autore Centro Accademico Maison d’Art di Padova – Villa Breda PD
2017
Critica Artistica e Presentazione Opere: Giorgio Grasso.
Poesia: “Onde di Mare -Veglie” (2010),
“ Parole di scena” (2013),
2° premio al “San Valentino 2015” con la Poesia “Ferragosto”,
3° Premio al “Sesto Properzio” 2015 per la Silloge inedita “Notte”
Narrativa racconti: 1° Premio “Il butto” – Clitunno 2014,
3° Premio “Tutti perdenti” – Perugia “Grifo d’Oro 2013”,
3° Premio “Piccola Tunguska” – Gubbio “Novello Bosone 2015”
Premiato dall’Archivio Storico Universale delle Belle Arti del Centro Accademico Maison d’Art di
Padova con il PREMIO – ART FESTIVAL IN THE WORLD – dicembre 2019 ed il PREMIO –
PABLO PICASSO – IL GIOCO IN MASCHERA NELLE NOTE E COLORI DEL CARNEVALE
NELL’ARTE – febbraio 2020
L’Archivio Storico Universale delle Belle Arti ha conferito il DIPLOMA HONORIS CAUSA al
maestro Giovanni Cherubini per meriti artistici per la diffusione dei valori della cultura artistica in
ambito nazionale ed internazionale.

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Breve antologia letteraria

Dai Racconti

I Vescovi e la crescita umana & , $

( Dai Racconti “Storie quasi vissute” – in stampa )

Note:

& Premiato “Trasimeno 2017”

$ Vedi il quadro collegato “La Crescita Umana”

Motivazione Premio “Lorenzo il Magnifico”

Marzocco – Firenze – 2019

Tra il professor Abate e il professor Farzetti correvano differenze, ma talmente tante che a volte sembravano avere qualcosa in comune, tanto erano complementari.

Poi, dopo anni di frequentazione, si può dire che fossero diventati amici. Forse non all’apparenza ma nei fatti sì.

Farzetti aveva almeno dieci anni di più, ma non per questo era più distaccato, anzi. Era un modo di fare: un insieme di cose che in genere lo favoriva in un rapporto cordiale con la gente.

Al contrario Abate non sembrava cercare né simpatia né cordialità: sembrava prediligere rapporti senza sfumature che lo portavano spesso a giudizi drastici. Spesso poco graditi.

Anche sulle posizioni politiche le visioni erano ben lontane. Anche se Farzetti non aveva mai percorso una vera carriera politica aveva tuttavia frequentato per anni gli ambienti della sinistra: anzi lui si considerava con un certo orgoglio un vecchio socialista. Ma aveva ben presto rinunciato ad ogni impegno operativo quando aveva visto fare della politica non tanto una professione quanto un mestiere imparato alla buona, con comportamenti ondivaghi che a volte portavano a posizioni ben lontane da una sua certa visione di una sinistra sociale.

Per lui l’aspetto sociale era importante: non a caso aveva militato per tanti anni nel sindacato, e per qualche tempo aveva assunto anche incarichi importanti.

E gravosi. Per lui e per la sua giovane famiglia.

Al contrario il professor Abate manifestava apertamente le sue idee di destra, vantava amicizie importanti ed era ben inserito se non nei palazzi della politica in buona posizione collaterale. Aveva rapporti con importanti personaggi, che forse a volte mal sopportavano quel suo carattere poco malleabile, ma che comunque lo stavano a sentire. Ambienti importanti, anche della Chiesa e anzi lui stesso si vantava di essere un Cattolico osservante. Farzetti aveva in proposito una posizione alquanto più blanda.

A volte si meravigliava anche di come l’amico potesse conciliare la sua fede di Cattolico osservante con l’attitudine alla ricerca.

Ma forse era solo sua ignoranza e la Chiesa il problema lo aveva risolto da tempo. E’ pur vero però che si incontra spesso, specie in pubblicazioni a metà strada tra il rigore scientifico e una mera volontà divulgativa, una certa attitudine a cercare nella scienza le soluzioni a tutti i problemi umani, il che può sembrare corretto su problemi concreti ma può portare a una generalizzazione a livello più basso. Quando meno te lo aspetti vedi le pagine scivolare da una ricerca scientifica fondamentale verso una visione cosmologica, quasi interpretativa, se non sostitutiva, di aspetti che forse sono più attinenti alla sfera religiosa. Oppure, al contrario, a negare o a contrastare l’idea stessa di un dio: se un dio c’è mai stato ora è morto e l’uomo si deve arrangiare da solo.

Si è scritto tanto: una intera letteratura. Giganti e semidei, alieni… Gli alieni. C’è chi li aspetta e ne è perfino lieto. O si sono dimenticati di noi? E se così fosse non è anche meglio?

Problematiche davanti alle quali Farzettiopponeva una visione secondo lui più ampia e contro le quali si sentiva ben corazzato.

Del resto, anche per quanto riguardava il suo amico, nonostante tutto, ne stimava troppo la solida intelligenza per sospettare che fosse soggetto a simili smottamenti.

Perché questa premessa? Perché era necessaria dato il tipo di ricerche che i due amici conducevano da anni: oltre la Relatività, nella essenza più interna dei problemi, a livello delle basi stesse della conoscenza scientifica.

Tuttavia gli studi, che ormai coinvolgevano varie Università e Istituti di Ricerca, non avevano solo risvolti teorici e fondamentali. Al di là degli aspetti teorici c’era abbondante spazio per intravedere come vicine molte applicazioni pratiche e sviluppi di nuove energie. Considerazioni queste che avevano fatto rizzare le orecchie non solo negli ambienti scientifici ma anche in varie strutture statali e sovranazionali.

Farzetti aveva scritto qualcosa, poco più di un appunto: a volte gli capitava di cedere alla voglia di improvvisarsi filosofo della scienza e divulgatore scientifico. In realtà era lui stesso il primo a riderne, ma forse era anche un suo modo per restare con i piedi per terra.

Fare il filosofo lui , cercare la verità lui, che rifiutava la parola “verità” di per se stessa, già come ricercatore.

Tutto sommato si sentiva più un artista che scienziato. Lui che aveva sempre detto di cercare con l’arte almeno di intuire quello che sentiva di non poter raggiungere con le sue sole forze.

Eppure, davanti a un così frequente pessimismo per un futuro dell’umanità, chiusa in uno spazio finito e con una inarrestabile crescita che tutto occupa, tutto consuma, anche un uomo di scienza, senza fare il filosofo, non può rifiutarsi di affrontare certi problemi di base nella loro realtà. Limitare i consumi, razionalizzare la gestione anche delle cose più ovvie: le acque, i rifiuti. Oculata gestione delle risorse.

Ma anche altre limitazioni. Già da molti anni diversi Paesi accettano anche la limitazione della crescita demografica. Tutela di una sopravvivenza globale ma pagando lo scotto di un inesorabile, progressivo invecchiamento della popolazione. Ora il semplice balenare della possibilità di poter disporre per il futuro di sorgenti energetiche praticamente illimitate poteva da solo ribaltare la logica della limitazione. Un vero capovolgimento della situazione. La visione di un mondo nuovo, di un mondo bambino, sperduto e confuso ma volto al futuro. Non l’idea di una umanità decrepita già votata alla fine ma una nuova crescita alla quale guardare senza troppa paura. La speranza nel nuovo che diventa reale.

Una nuova via da intraprendere con fede. Credere perché la possibilità della crescita è reale: un nuovo scenario davanti agli occhi della umanità. In estrema sintesi questi i concetti espressi in quelle poche righe. Forse Farzetti non si era neppure accorto di aver usato termini come: credere, speranza, fede.

Al professor Abate capitò di leggere quei pochi fogli per puro caso. Tornò però a rileggerli con maggiore attenzione, quasi meravigliato. Poi, rivolto all’amico ma quasi parlando a se stesso disse: “ Sai, ne potrebbe venir fuori un buon articolo da pubblicare su l’ Avvenire “. L’ Avvenire , il giornale o la rivista, dei vescovi italiani! La prima reazione di Farzetti fu una sorta di incredula ironia. “ Non scherzo affatto – aggiunse Abate – anzi proprio recentemente ho parlato su questo argomento con…..” e qui fece il nome di un Cardinale tanto importante da essere considerato tra i “papabili” nell’imminente conclave. Poi, come si dice, chi entra Papa in conclave ne esce Cardinale.

E infatti fu eletto Papa Bergoglio, o “Papa Francesco”, come in molti amano dire. Ma, si sa, un Cardinale è sempre un Cardinale.

Scrivere sul giornale dei Vescovi!

Anche se poi, tutto sommato, lui si considerava un buon Cattolico. Fu a questo punto però che saltò fuori un motivo di contrasto, una rigidità che Farzetti proprio non si sarebbe aspettata. Vennero sull’argomento senza quasi accorgersene.

Forse nei moduli per indagini statistiche la voce “religione” non compare più. Comunque, Farzetti a una tale domanda avrebbe risposto senza esitazione: “cattolica”. Non che non avesse qualche dubbio ma nel complesso si considerava cattolico in tutto e per tutto: proveniva da una famiglia cattolica, aveva ricevuto tutti i sacramenti di base. Anche la Cresima, sia pure poco prima del matrimonio in chiesa. Ma questa era una tradizione di famiglia. Tutto in regola, secondo lui.

Neanche per sogno, secondo l’amico:

Niente da fare – precisò con il suo tono categorico – se non sei osservante non puoi nemmeno essere considerato cattolico. Al massimo – aggiunse – puoi essere considerato un buon cristiano “.

Farzetti era abbastanza paziente e a volte persino accomodante; non si metteva a discutere per cose che non considerava importanti. Ma questa volta c’era qualcosa che gli dava fastidio. Tuttavia non fece alcun commento. Santa pazienza? Niente affatto, quel giudizio così drastico lo infastidiva non poco, ma voleva pensarci su, rimuginarci un poco e se mai… aspettare il momento giusto.

Ma, come il caso volle, l’occasione si presentò prestissimo.

Come tutti gli anni, qualche tempo prima di Pasqua arriva un bigliettino, oppure ti appiccicano un foglietto sulla porta di casa, insomma ti avvisano che dal giorno tale al giorno tal altro passeranno a benedire la casa.

Ma Farzetti non ci si era trovato quasi mai. Non che lo facesse apposta. Semplicemente forse non dava tanto peso alla cosa, certo non ci metteva impegno e poi con tutte le cose da fare. Una volta, quando c’era ancora sua moglie, era diverso. Ricevere il prete in casa per la benedizione di Pasqua era una tradizione importante.

Ma ormai. Restava la visita del sabato al vecchio cimitero di San Lorenzo, a sentire l’aria di quegli alberi, di quelle pietre. Non una abitudine o un pellegrinaggio ma come una voce da seguire.

Forse l’unica voce, l’unica presenza che poteva comprendere quanto fosse, inconsapevolmente, solo.

E poi la benedizione del papa la domenica alla televisione, per la recita dell’Angelus. Questa sì era ormai una abitudine.

Che aveva conservato perché lo facevano insieme quando c’ era ancora sua moglie. Era una delle poche forme esteriori di religiosità che avevano conservato. Da quando anche lei non andava più a messa. Si era mai chiesto il perché? Avrebbe dovuto? Forse riteneva semplicemente di non avere nessun diritto per chiederlo.

E adesso? Già l’Angelus. Ripeteva lo stesso rituale da anni, alla stessa maniera. Solo. Non le poteva più poggiare una mano sulla spalla e ora si segnava due volte col segno di croce.

Ma torniamo a noi: la benedizione pasquale. Questa volta fece del tutto per farcisi trovare. E infatti ci riuscì. Ma niente della “pompa magna” che si ricordava. Un prete giovane, ma non un ragazzino: un viso di chi è abituato a vedere il mondo e a vivere nel mondo. Cosi, finite le “formalità” , come avrebbe detto il vecchio socialista, e cioè la recita di alcune formule ed alcune preghiere, non fece neppure molto sforzo a sottoporre al giovane prete quel quesito che ormai da mesi gli stava a cuore o detto alla buona, semplicemente sul gozzo. Già la storia del cattolico osservante o del buon cristiano. La raccontò forse un po’ a modo suo, ma con semplicità e con franchezza, senza forzare la mano, aspettando il giudizio di chi sull’argomento certo ne sapeva più di lui.

Il giovane prete era stato a sentire, sembrava quasi con indifferenza, in piedi, ormai quasi sull’ atto di andare via. Invece aveva ascoltato con interesse. Se ne stava, vicino alla porta di casa, socchiusa, lo sguardo rivolto lontano, verso la strada.

Farzetti aspettava in silenzio. Infine il giovane prete, quasi con un segno di assenso si volse e gli disse: “Sa, a volte, a un fervente cattolico preferisco un buon cristiano”.

Si salutarono semplicemente, con rispetto ma senza tanti convenevoli. Farzetti non amava prendersi una rivincita, ma in cuor suo era contento.

Ma all’amico lo doveva dire. Lo fece quasi di sfuggita. Abate era venuto a trovarlo nella sua casa-laboratorio per mettere a punto alcuni interventi per un prossimo Convegno. Avevano lavorato tutto il giorno e Abate stava già quasi uscendo quando Franzetti gli lanciò la sua bordata sul “buon cristiano”. Il professor Abate ascoltava sì, ma sembrava non dare gran peso alle parole del collega.

Infine, con ostentata indifferenza sentenziò gelidamente: ” Evidentemente quello era un pessimo prete”. E ti pareva! Pensavi che ti desse soddisfazione?

Uscito l’amico, Farzetti gironzolò per casa assorto in vari pensieri. Aveva fatto bene a dirglielo? Era solo un episodio in più nelle loro eterne controversie, oppure, in quei giorni, erano affiorati quesiti, non dimenticati ma messi in disparte da tante distrazioni quotidiane? Si sedette, cercando di mettersi comodo. Voleva evitarsi anche con la mollezza di una poltrona quella indecifrabile sensazione di disagio. Ma prima aveva preso un libro. Tra gli scaffali ripieni erano ben in vista molte opere di Pirandello.

Verrebbe da pensare a “I giganti della montagna” , tanto per essere in tema; o meglio a qualcuna delle tante interpretazioni, tratte da quella idea incompiuta. Già, chi sa che ne avrebbe pensato l’autore, verrebbe da chiedersi. Comunque una lettura che fosse stata piena di quesiti tra un turbinare di miti, leggende, fantasie.

Invece scelse sì Pirandello ma un racconto breve e forse poco noto: “Il Vecchio Dio”, dalla raccolta “Novelle per un anno”. La storia di quel vecchietto che certo ha visto tempi migliori ma ormai può concedersi per vacanza, per riparo dalla calura estiva, solo il fresco delle chiese di Roma. E come si fa? Ci vuole pazienza. Certo anche al cimitero si può trovare un po’ di fresco, a volte, e gli alberi sono veri. Ma tra i pilastri e le colonne di una chiesa almeno non ci piove. Bisogna adattarsi a tutte le stagioni. Ci vuole pazienza.

Perché aveva scelto proprio questa novella? Certo l’argomento era in tema, dato che la frequentazione delle Chiese di Roma da parte del vecchietto veniva presentata, almeno a prima vista, con finalità non proprio da “cattolico osservante”.

Ma non era questo. Si sentiva in quelle pagine una sorta di gioioso ottimismo, un senso di speranza che allietava la vita, che la rendeva possibile, quasi piacevole.

Perché non riusciva a raggiungere almeno un po’ di quella semplicità? Sapeva benissimo che non era per lui, non lo riguardava, non poteva. Eppure sentiva spontaneo un moto di simpatia. Come un dono non voluto e negato al tempo stesso. Cominciò a pensare, forse a chiedersi se poteva considerarsi davvero un buon cristiano. Si scosse, quasi con un sospiro: niente da fare, era come condannato alla razionalità. Riprese come in automatico i soliti ragionamenti: l’energia , i bisogni contingenti della condizione umana. Già, la crescita umana. I bisogni reali, non le fantasie. I giganti, gli alieni… è mai possibile che gli esseri umani, così avanti nelle tecnologie, nel pensiero, con filosofie che sfiorano livelli sublimi, siano ancora così legati alle mitologie?

Ciò che veramente gli dava fastidio era come la mente umana si perdesse in fantasie davvero molto piccole, ben lontane da ricerche e aspirazioni più ariose, più elevate. Già, pensare in piccolo.

Ma perché se accettiamo l’idea di essere piccoli non accettiamo anche che il nostro modo di pensare non può che essere altro che “necessariamente” piccolo ?

Non lo accettiamo, anzi proprio ci ribelliamo all’idea di restare chiusi, di non poter andare oltre. Trasformiamo la nostra debolezza in motivo di dignità. L’essere così piccoli eppure vedere così lontano. O è tutta una illusione?

Già, la vita è sogno. No. E’ troppo anche questo. Poni un freno alla tua fantasia: quanto vuoi andare lontano, piccolo come sei?

Un compromesso, ecco, un giusto mezzo. Ma quale? Forse quello di manzoniana memoria che ognuno si sceglie come vuole e dove si trova più comodo.

Richiuse il libro ma aveva negli occhi, quasi in un sogno l’immagine di quella tranquilla semplicità, di quel sorriso di speranza: il vecchietto della novella, semiaddormentato su quella panca. Il Vecchio Dio. Già il Dio padre che ti vuole bene. A te!

Ma quando hai ridotto tutto alle tue dimensioni, non per superbia ma per sentire qualcosa a te più vicino, cosa c’è di diverso tra un pensiero sublime e tutte le altre filosofie, le invenzioni e i simulacri di falsi Dei? Abbozzò di nuovo un sorriso. Gli sembrò di rivedere la panca di una chiesa, gli alberi e un barlume sottile di luce.

La speranza o la fede, come gli venne di dire, in quel continuo andirivieni di immagini distorte. Quante volte aveva sentito queste parole come in un vociare confuso, così lontano dalla sua concreta razionalità. Sentiva però ora come una forma nuova, qualcosa di strano e di fuori di luogo, come quella voce lontana, che gli sembrava sempre più spesso di sentire, solo e silenzioso, immerso tra quegli alberi e quelle pietre.

Cominciò a scrivere e neppure lui si accorse che nel parlare a se stesso, nel suo volere e non volere, quelle parole confuse le stava scrivendo davvero.

Fu così che il professor Farzetti, vecchio socialista, artista più che scienziato, più avvezzo alla intuizione che al credo, convinto di parlare di scienza e della concreta speranza della crescita umana, pubblicò sul giornale dei Vescovi Cattolici Italiani una sua, pur maldestra, espressione di fede.

Dalle Poesie

Ferragosto
Sera. Gli occhi fissi alla terra.
A fuochi gioiosi rilucono
le scaglie di ceramica antica
che narrarono storie gloriose.
Ma nel tempo spezzate e diffuse
dal tratto d’un aratro impietoso.
Così della mia vita in frantumi
cerco rari frammenti dispersi.
E sono qui, in questo inutile
giorno afoso di festa dovuta.
Solo quei fiori con un sorriso
dicono grazie. Un sorso d’acqua
a placare l’arsura del giorno.
Lo so, è il vento che agita
lieve quelle patite corolle.
Ma intendo chiaro un sospiro
di chi non china il capo per sempre.
Forse non vedo luci ma sento
come una nuova brezza leggera.
( da “
San Lorenzo” - in stampa )

Il tempo
Sperduta la mente
tra spazi lontani
di nuovo ti scuoti
e torni al tuo mondo
al tuo divenire.
Essere, il tempo.
Parole adorate
oppure derise
al cambio del vento.
Dell’ essere , lampo
fugace ti appare
il tuo divenire .
Scintilla d’umano
cui arrida un futuro.
Sì, pensi a tuo figlio,
e ai figli dei figli.
Con mesto sorriso
pensando al domani,
ti senti già vecchio.
Sognate magie
già oggi tu vedi
immagini dense
più vive del vero.
Ma nitide vedi
barbarie credute
sepolte dal tempo. ./.
Un gelo profondo

ti coglie improvviso .
Disperi davanti
al tempo perduto.
Ma poi nell’angoscia
affiora un sorriso
e togli dal cuore
la voglia di pianto.
Infine più forte,
atroce ironia,
riscopri la vita.
Avanza sicuro,
mio giovane mondo.
C’è ancora tanto,
ma tanto da fare.
( da “
San Lorenzo” - in stampa )

Scienza
Inventiamo superbi
il giardino della vita.
Gli Dei bambini
giocano con i numeri
della nostra fantasia.
Perfetti fantasmi
d’ eterna armonia.
Goffi pupazzi
delle nostre povere menti.
Se Dio ci vede
riderà di noi.
Così, ridendo
di noi stessi
apriremo un angolo

di infinito.
( da “
Parole di scena” - 2014 )

Perdono
Maledetto il giorno
in cui siamo nati.
Tutti.
Perché in un giorno solo
è nata l’umanità.
Maledetti gli Dei
del cattivo esempio,
gli Dei eterni
dell’illusione dell’uomo,
gli Dei bugiardi del nostro orgoglio,
di una gioia effimera della vita.
Maledetto il giorno
della nostra disperazione.
Ma benedetto il dolore
che è nostro.
Benedetto ogni attimo
di gioia serena.
Benedetto il senso
della nostra miseria.
Benedetto tu Signore
per il tuo perdono.

( da “Parole di scena” - 2014 )

Il falco
Un falco
immobile con grandi ali,
su in alto, dove riposi.
I segni del cielo, della nostra terra.
Gli auspici, i moniti,
la saggezza dei morti.
Poveri messaggi non capiti,
aiuti misconosciuti.
Anche da me.
E scivoli dalla banalità della vita,
inconsapevole,
fino alla miseria dell’anima.
Ristagni caparbio nel basso,
nel madido orgoglio
della viscosa palude,
senza la forza,
senza la voglia di risalire.
Ma, faticosamente
per te ho ripreso la strada
e piano, ma con passo sicuro . /.

ho raggiunto un limpido colle.
Ora sì, posso ascoltare,
posso vedere il fremito leggero
delle ciocche dei tassi
lassù nel cielo terso, immobile.
Come quelle grandi ali.
Come fermo è ora l’animo mio.
( da “
Parole di scena” - 2014 )

Grazie
Grazie per questi
alberi dorati
sorpresi sul verde
timido di una
campagna indecisa.
Grazie per questo inverno
garbato,
sfiorato dal sole
e carezzato
da un cenno
di tramontana.
Grazie per i tuoi occhi
che ancora mi guardano.
Grazie per questa
estrema
giovinezza del cuore.
Giovinezza senza merito,
né pretesa.
Estremo coraggio di amare.
( da “
Parole di scena” - 2014 )

Otto Marzo
Oggi non ti porto la mimosa
a celebrare il tuo sorriso
di donna,
non rose rosse di anniversario,
non biglietti d’amore
soavi e scherzosi.
Oggi ti porto me stesso,
uomo stanco e noioso
con voce d’amore nascosta
e profonda che appena
forse la scorgi.
Non dire mai
che i nostri giorni
sono sempre gli stessi.
Il tempo, anche uguale,
non passa inutilmente per noi
e oggi, come sempre,
è un giorno meravigliosamente
diverso da ieri.
( da
“Veglie” - 2010 )

Sogno
Paese mio
con le vie e le piazze
macchiate d’infamia.
Paese della libertà
ti sono piccole le tue prigioni.
Paese di brava gente,
la grassa corruzione non entra
nei limiti decenti di un abito.
Paese di pensatori
dove il pensiero si contorce,
avido, nell’unto del cappio
che t’uccide.
Italia della mia gente
che nel lavoro cerca l’umano
con tutti gli umani
e nel rispetto la fede
per chi non ha fede.
Italia dolce come sogno
e come realtà nei miei sogni,
Italia di uomini liberi
da sempre pronti a lottare,
anch’io con orgoglio ti sono vicino.
Italia di uomini onesti:
non scure che taglia
ma vento che spazza.
( da
“Veglie” - 2010 )

Randagi
E’ questa vita
che spegne lo sguardo
che ci rende dentro
goffi e pesanti
che ci chiude senza ragione
sempre in inutile attesa
sempre avviluppati nella speranza.
E’ la falsità che dice ai nostri figli
di credere alla vita
quando già pensiamo alla morte.
Ma guarda, ci sono le stelle.
Quel cane bianco e rossiccio,
piccolo, con le orecchie pendenti,
più fango che orecchie
perché non gli fai una carezza…
Sì, e abbiamo un amico in più
che disperato mi chiama
ad ogni ora
se dal cortile sente i miei passi.
Da quel cortile stasera, salendo,
ho rivisto le stelle
dopo giorni di cielo coperto
e ho inteso
la nostra vita randagia,
lo sguardo basso a fissare la terra,
esseri sbagliati, assetati di luce.

da “Onde di mare” - 2010 )

L’ombra della luna
La vidi nel viale
tra voci e sciocchi gridii
a far ombra alla luna.
Ha cantato sommessa
nella sua povera voce
un canto di tristezza
e mi sono sentito
libero e puro,
padrone di tanta dolcezza.
Poi l’ho perduta
e il nostro addio
è stato un mesto sorriso.
Te ne sei andata
silenziosa e discreta
come eri venuta
ma qualcosa di te
è rimasto per sempre.
( da
“Onde di mare” - 2010 )

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Giovanni Cherubini – La crescita umana

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L’ILIADE

L’Iliade è un poema apparentemente dissociato dall’autore ed elaborato con una tecnica narrativa scorrevole, arcaica e grandiosa nel profondo significato religioso. E’ il poema delle azioni eroiche di una umanità leggendaria, che è protagonista nella virtù guerriera, personificata dalla mitica rappresentazione di Achille. Accanto agli ideali della virtù, scorrono battaglie e duelli animati dal mondo di eroi, come, Ettore, Patroclo, Diomede, Menelao e Sarpedonte, interpretando una tematica di straordinaria suggestione nella bellezza di Elena, la quale anima la scena presso le porte Scee. Il poema si sublima nei racconti di Ettore ed Andromaca nel loro amore coniugale, lo stesso amore che accomuna dei e uomini nel pianto sofferto di Zeus per la morte di Sarpedonte e nella struggente disperazione di Priamo. Altri episodi narrativi rivelano i sentimenti nella consolazione di Teti ad Achille, lo strazio di Ecuba e l’amicizia nel forte vincolo che unisce Achille e Patroclo.

L’Iliade è un poema costituito da 15693 esametri, composto nell’epoca alessandrina in 24 libri. La narrazione si svolge in 51 giorni del decimo anno di guerra ed ha come scenario il campo acheo, situato difronte al lido, su cui si ergono le navi a secco, prosegue nella pianura, tra la città ed il lido e la stessa città. La prima parte del poema racconta l’ira di Achille, eroe della guerra che, nonostante il valore di Menelao, causa la sconfitta agli Achei.  Duella con Paride, mentre Diomede ferisce gli dei scesi in campo ed Aiace ferisce Ettore. Nella seconda parte si narra dell’ira di Achille, mentre sorge l’irruzione nel campo nemico in Doloneia, sconfiggendo gli Achei e l’inganno di Era a Zeus. L’ira  di Achille si placa, mentre Patroclo ritorna in lotta ed è ucciso da Ettore. Nella terza parte Achille, riconciliato con Agamennone, combatte contro i nemici, lotta con i fiumi e duella con Ettore per vincerlo, nel contempo Zeus abbandona i troiani. Celebrati i giochi funebri in onore di Patroclo, Achille cede alla compassione e restituisce a Priamo il corpo esanime di Ettore.

LA QUESTIONE OMERICA

G.B. Vico nei suoi “Principi di scienza nuova” nel 1725 negava nel libro III° dell’opera l’attendibilità storica delle Vite antiche di Omero e dichiarava che l’Iliade e l’Odissea, appartenevano a due civiltà differenti in tempi diversi. Per questo motivo, non potevano essere state composte da un unico poeta nella stessa epoca, bensì, individuava nel popolo greco il poeta. Infatti, secondo il Vico, Omero non sarebbe mai esistito, ma l’opera è costituita da una tradizione rapsodica che si configura nell’antichità nel personaggio di Omero.  Nel secolo scorso i migliori studiosi hanno confermato la dimostrazione vichiana, perché Omero, poeta cieco e leggendario nato a Chio, anche se fosse veramente esistito, non può avere scritto i due poemi in un periodo di notevole evoluzioni come il M.E. ellenico, ma sono opera di una creatività secolare di poesia del popolo greco.

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PUBLIO VIRGILIO MARONE – ROMA MUSEI CAPITOLINI

POEMI EPICI – LA POESIA DI VIRGILIO a cura del critico letterario Carla d’Aquino Mineo

L’ENEIDE DI PUBLIO VIRGILIO MARONE

Virgilio Marone Publio ( 70 – 19 a. C.) Mantova – Brindisi – Poeta latino nel 29 a. C., dopo la battaglia di Azio ed il ritorno della sospirata pace, per suggerimento di Augusto, iniziò a scrivere l’Eneide, il “tempio” che aveva annunciato nel proemio del III° delle “Georgiche“. Il poeta nella realizzazione dell’opera, pur evocando testi poetici dei latini e greci di Nevio, Catone, Ennio, Cassio e Mina ed Omero, sublima un canto personalissimo e diventa il nuovo Omero che esalta il nuovo Ulisse: Enea. Nella trama narrativa, l’Eneide segue le orme dell’Odissea per il contenuto epico e si richiama al suo esempio nei primi sei libri che raccontano le avventure di viaggio, mentre è affine all’Iliade negli ultimi sei libri che cantano combattimenti di guerra. Il poema di Virgilio rappresenta, sicuramente, l’esaltazione della città di Roma e del suo impero con la glorificazione di Augusto. Nella narrazione, comunque, s’innesta la visione delle vita del poeta, dove la sofferenza corrisponde alla realtà più concreta e presente nel mondo, realtà che guida fatalmente uomini e cose. La vita umana, quindi, si riassume nel dolore e nel pianto, dove si comprende l’esternazione del sentimento poetico in ogni situazione delle complesse vicende. Per questo motivo, Virgilio interpretò il sentimento del dolore nella vita dell’uomo, una presenza ingiusta, ignota ed inspiegabile. Infatti, la sua riflessione esistenziale si imbatte su due versanti: l’aspirazione ad una vita, in cui emerge la giustizia, la serenità e la santità che sono contrastate dalla sofferenza che motiva l’angosciosa realtà di ogni individuo, mentre si pone il dilemma sul dolore della guerra e della morte e sulla vita della storia umana. Ne consegue, che non trova una risoluzione a tali condizioni, sentendo nel suo animo il dubbio, la ribellione e la rassegnazione nel pianto e nell’umile preghiera in un tormento spirituale nella ricerca delle leggi misteriose che governano gli eventi umani ed il divenire della storia. Così, i personaggi che animano il mondo dell’Eneide vivono un’intensità poetica: Enea ricerca una vita serena, ma è sempre contrastato dal fato con nuove lotte e dolori, Didone che segue il suo fato nella legge d’amore in opposizione a quelle divine ed umane, semina distruzione e morte, Creusa subisce la separazione dell’amato nella rassegnazione, perché possa seguire il fato nei valori più alti, Andromaca si oppone al fato per mantenere nel suo animo una santità familiare. Pallante e Lauso, gli altri personaggi dell’Eneide, come, Camilla, Eurialo e Niso nella bellezza, ingenuità e giovinezza, non riescono a sconfiggere il fato avverso nella morte fatale. Amata, Lavinia e Turno contrastano il fato nell’eroismo pregno di un’intensa malinconia, mentre l’amore paterno purifica Mezenzio, denigratore degli uomini e degli dei in un meraviglioso poema, dove scorrono le azioni nelle vicende dei personaggi che combattono contro il dolore ed il fato, ma tutti vinti, anche se con animo giusto e dolenti nella tristezza. L’Eneide, quindi, è un poema che manifesta la forza dell’arte virgiliana in una trama concettuale nella celebrazione dell’impero romano con un contenuto epico-eroico, mentre il poeta trasfonde la sua pietà, rivelando l’animo del poema nella sua alta poesia che ha arricchito la cultura in epoche diverse, da quella pagana a quella cristiana, nella ricerca con il suo sentire malinconico di una vita tranquilla e serena.